Emergono nuovi dettagli dall'inchiesta sull'attentato di Limbadi che è costato la vita a Matteo Vinci.  Si indaga sull'esplosivo utilizzato che non era ad alto potenziale

Sarebbe stata collocata sotto l'auto, all'altezza del sedile, la bomba che ha fatto saltare in aria l'auto con a bordo Matteo e Francesco Vinci. L'ordigno non era ad alto potenziale (escluso l'utilizzo di tritolo) ma sufficiente a cagionare la morte del 43enne informatore scientifico di Limbadi ed il ferimento del padre, ancora ricoverato nel centro grandi ustionati di Palermo a causa delle ferite riportate nell'esplosione. Verosimilmente la bomba sarebbe stata collocata sotto l'auto all'altezza del lato guida mentre i due Vinci si trovavano in campagna. L'ipotesi più concreta al vaglio degli inquirenti è che l'ordigno sia stato fatto detonare attraverso un radiocomando a distanza. Su questo aspetto e sul tipo di esplosivo utilizzato si attendono gli accertamenti tecnici degli artificieri. Stamani è stata eseguita l'autopsia sul corpo di Matteo Vinci disposta dalla Procura distrettuale e affidata dall'anatomopatologa Katiuscia Bisogni.

Funerali di Stato. Intanto, l’avvocato Giuseppe De Pace, legale della famiglia Vinci, ha chiesto funerali di Stato per Matteo Vinci. "Una semplice famiglia di modesti lavoratori cercava, aggrappandosi alla giustizia, di difendere i propri pochi beni dalla famelica aggressività mafiosa: una condotta di lesa maestà che un “quisque de populo”, agli occhi di certi “circoli”, non può osare di mettere in atto. Come il modesto imprenditore, Libero Grassi, negli ultimi decenni del ‘900 in Sicilia, Matteo Vinci è il resistente del nostro tempo alla protervia mafiosa in Calabria".

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