‘Ndrangheta, carcere duro per il boss vibonese sulla sedia a rotelle. Ecco cosa dice di lui una pentita

Accolta la richiesta avanzata dalla Dda di Catanzaro nei confronti di Pasquale Pititto, ritenuto il capo dell’omonimo clan di Mileto. Le dichiarazioni di Oksana Verman

Carcere duro per Pasquale Pititto, il 50enne ritenuto il boss di San Giovanni di Mileto. Lo ha deciso il ministero della Giustizia accogliendo la richiesta formulata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. 

Boss in “carrozzella”. Pasquale Pititto è imputato per narcotraffico internazionale dopo essere stato arrestato nell’ambito dell’operazione condotta dalla guardia di finanza e denominata convenzionalmente “Stammer”. Già condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Pietro Cosimo, il 50enne ritenuto il campo dell’omonimo clan di San Giovanni di Mileto vive da anni sulla sedia a rotelle dopo essere sfuggito ad un agguato. 

Le dichiarazioni della pentita. Di lui ha recentemente parlato la collaboratrice di giustizia Oksana Verman, la nuova pentita della ‘ndrangheta vibonese, amante di Salvatore Pititto, cugino di Pasquale, anche lui arrestato nella retata antidroga messa a segno nel gennaio del 2016.  “Non l’ho mai visto – raccontava agli inquirenti proprio in quei giorni – ma Salvatore mi diceva che è sulla sedia a rotelle e non cammina perché è stato sparato. E’ agli arresti domiciliari proprio perchè non può camminare e non può stare in carcere. E’ stato condannato all’ergastolo per aver commesso diversi reati e omicidi”. Dal compagno, la donna apprende che i Pititto sono una famiglia di ‘ndrangheta e Pasquale è il capo. Un capo sanguinario secondo il profilo tracciato dalla pentita. “Mi ha detto che quegli omicidi – afferma – li aveva commessi veramente. Mi parlava di questi fatti, raccontandomi di aver ucciso diverse persone anche sparando ma io non ricordo con precisione i dettagli anche perché non ci facevo molto caso. Mi riservo di parlare nei prossimi verbali se dovessi ricordare meglio”.

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I summit. Condannato all’ergastolo, sulla sedia a rotelle, ma sempre al comando, pronto ad impartire ordini dalla sua casa dove si trovava ai domiciliari. Così Oksana Verman inquadrava Pasquale Pititto: “Io – aggiunge la collaboratrice di giustizia – ho molta paura perché lui sa tutto di tutti, ha tutte le informazioni. Con Salvatore Pititto messaggiavano attraverso il telefono e spesso andava a casa sua. Lui a volte lo chamava papà o zio”. E a casa Pititto si svolgevano diverse riunioni alle quali “partecipavano – riferisce – anche Fortunato Lo Schiavo, Rocco Iannello e Domenico Iannello prima di essere arrestato”. Dallo “zio” si recava, di tanto in tanto, anche qualcuno dei Mancuso. “Salvatore – rivela la pentita – mi ha detto che doveva accompagnare anche uno dei Mancuso per andare da Pasquale”.

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