'Ndrangheta, la procura antimafia chiede 140 anni di carcere per il clan Molè di Gioia Tauro
Alla sbarra nel processo "Mediterraneo", tra gli altri, il boss Girolamo "Mommo" Molè e Giuseppe Mancuso, figlio di Pantaleone "l'ingegnere"
Il pm della Distrettuale antimafia di Roberto Di Palma ha chiesto 140 anni di carcere per i 13 imputati finiti nel processo "Mediterraneo" contro la cosca Molè di Gioia Tauro. Tutti sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiose, armi e traffico di droga.
Le richieste Il pm ha chiesto la condanna del boss ergastolano Girolamo Molè a 24 anni di carcere; 18 anni sono stati invocati per Giuseppe Salvatore Mancuso, 7 per Carmelo Bonfiglio, 15 Claudio Celano, 5 Mirko De Marco, 12 Enrico Galassi, 15 per Giuseppe Galluccio, 5 Alessio Mocci e Claudio Ruffa; 15 anni di carcere sono stati chiesti per Manolo Sammarco, 12 per Ferdinando Vinci, 5 Massimo Madafferi e 2 anni di reclusione sono stati chiesti per Maria Teresa Tripodi.
Gli amici Mancuso Alla sbarra, tra gli altri, il mammasantissima della cosca Girolamo “Mommo” Molè, per il quale Di Palma ha chiesto 24 anni di carcere. Nell’inchiesta è finito anche Giuseppe Salvatore Mancuso, per il quale sono stati chiesti 18 anni di carcere, figlio del boss Pantaleone Mancuso detto “l’ingegnere”. Secondo l’impostazione accusatoria Mancuso, con altri imputati già giudicati con il rito abbreviato, sarebbe stato a capo una organizzazione di narcotrafficanti legati al potente clan di Limbadi che avrebbe rivenduto cocaina e hashish al clan Molè.
Droga e slot machine L’indagine, dunque, ha svelato l’attività di narcotraffico del clan, attraverso la quale i Molè sarebbero riusciti ad assicurarsi un regolare flusso di ingenti quantitativi di hashish e cocaina in entrata sulla Capitale, sfruttando tre direttrici di approvvigionamento e il ricorso a una strutturata rete di partecipi, sia italiani, che stranieri. Centro propulsore delle attività restava comunque la Piana, dove operavano i vertici del clan, mentre a Roma avveniva la distribuzione. Alle partite in arrivo dalla Calabria, si aggiungevano quelle in arrivo attraverso l’asse Marocco-Spagna-Francia. Al contempo, grazie al supporto fornito da radicata componente albanese, la cosca gestiva lo stoccaggio e lo smistamento dei carichi di cocaina, introdotti dai Balcani sul territorio nazionale.
