Le nuove rivelazioni del pentito Mirarchi. Dalle estorsioni alla Cittadella agli incontri al Parco
Particolari inediti sono emersi dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia rese in videoconferenza nel processo Kyterion in corso al Tribunale di Catanzaro
di GABRIELLA PASSARIELLO
Dalle attività estorsive compiute in nome degli Arena, agli incontri al Parco della Biodiversità al racket messo in atto alla Cittadella Regionale. Emergono ulteriori dettagli dalle dichiarazioni del pentito Santo Mirarchi rese in videoconferenza durante il processo dibattimentale Kyterion in corso a Catanzaro. Le estorsioni messe in atto dal collaboratore di giustizia per conto degli Arena risalgono al 2014, sebbene l’ “amicizia” con il clan di Isola Capo Rizzuto risale al 2002- 2003. Una famiglia di ’ndrangheta che aveva il compito di raccogliere tutti i soldi delle estorsioni ricavate nella zona di Catanzaro e provincia, almeno da quando il clan dei Grande Aracri era “fuori gioco”, perché tutti in galera. Ad agire per conto dei Grande Aracri sarebbe stato Piero Mellea, l’elettricista di Siano, il responsabile su Catanzaro, carica conferitagli da Nicolino Grande Aracri nel 2009. Il pentito riferisce in videoconferenza di aver conosciuto Mellea due, tre mesi prima che lo arrestassero. “L’ho conosciuto a casa sua dove ha un box di cavalli. Tramite i cavalli lui mandava le ambasciate ad Ernesto, il fratello di Grande Aracri". A casa di Mellea era andato con Nico Gioffrè. Fu proprio lui a presentarglielo dicendo che “adesso gestisce tutto lui su Catanzaro” su mandato di Grande Aracri, “che gli ha conferito l’autorità sulle estorsioni, ma solo sulle imprese grosse”. Mellea, secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia aveva il compito di raccogliere i soldi per poi destinarli alla famiglia Grande Aracri. “ Mellea ha una villetta tutta recintata piena di telecamere. Ricordo- continua Mirarchi- che quando siamo arrivati ha detto: “Ragazzi un attimino che vado a cancellare le telecamere, perché se viene qualche perquisizione poi risulta che ci siete voi”.
La gestione dei soldi. Nessuno nella comunità rom si lamentava della distribuzione del denaro provento delle estorsioni almeno fino a quando nel territorio comandava Nicolino Grande Aracri. “Faceva sempre le cose giuste a Natale, a Ferragosto e Pasqua mandava sempre i soldi, pochi ma li mandava”. Soldi che Grande Aracri inviava tramite Piero Mellea e Roberto Corapi. Con l’ascesa di Paolo Lentini le regola erano cambiate, alle famiglie di Catanzaro non mandavano nulla: “chi vuole i soldi deve venire da noi, prima di chiedere l’estorsione alle altre imprese deve riferire prima a noi”. Regole nuove che non piacevano a Maurizio Sabato detto U’ Cavaleri, Toro Seduto, Cosimino il Tubo che era lo zio, Enzo Iritano e Pietro Procopio.
Gli incontri al Parco e l’ordine di non rubare le auto al Pugliese. In base alle dichiarazioni del pentito, il bar ubicato all’interno del Parco della Biodiversità è di proprietà di Mellea e Corapi. Una zona dove “la legge” non doveva metterci piede, doveva rimanere un posto tranquillo per non destare sospetti di sorta. “Corapi lo conosco da parecchio, perché lui insieme a Piero Mellea hanno preso il bar a Catanzaro. Lo conosco perché lui vende le cialde del caffè. Tramite mio zio Cosimino il Tubo, poi lui ha avuto pure un ingrosso di bibite e facevano incontri dove parecchie volte lui gli mandava le ambasciate tramite Piero Mellea” inviato da Nicolino Grande Aracri “per non rubare le macchine all’ospedale Pugliese, di non dare fastidio alle imprese”. Messaggi che risalgono al 2005 - 2006, inoltrati da Grande Aracri a Mellea e questi a Corapi, esecutore di tutte le disposizioni. “Mellea e Corapi hanno preso insieme il bar che c’è sotto l’ospedale, quello che c’è al Parco, anche se risulta come nome alla moglie o alla figlia di Corapi, ma è di tutti e due. Lo so perché avevo un ingrosso di bibite e Corapi è venuto più volte da me per le bibite, pure perché c’erano i nomadi che rubavano le macchine là la domenica, il sabato, quando andavano a parcheggiare. Quindi si doveva finire anche questa storia a non rubare più le macchine, perché là dovevano stare tranquilli in modo che la legge non stesse là tutti i giorni, perché là per loro era pure un punto di incontro, all’Agraria. Era quindi venuto a portare anche questi messaggi di evitare di rubare macchine perché io avevo molta influenza nelle comunità rom di Catanzaro, parecchi nomadi io li rifornivo. Gli facevo fare qualche lavoro, per esempio più volte rubavano camion, gli dicevo “vai là a rubare là a quell’impresa”, bruciavano qualche macchina. Qualunque lavoro gli chiedevo, loro la facevano sempre. Io so che quel bar è di Mellea e di Corapi: “ quando sono andato al bar di Corapi c’era il fratello di Piero Mellea e ho avuto una discussione con lui a Catanzaro, dove non volendo mio cugino gli aveva poco poco squasciato la macchina, quindi mi ha detto lui: “ci vediamo al bar di Corapi, che ne parliamo là. Quando arrivammo là, Corapi mi disse personalmente: “Senti, vedi che è la stessa cosa che stai parlando con me” mi disse, perché so che… mi disse: “ perché Piero è in società pure cu mia, non risulta, non risulto neanche io” questo lo diceva Corapi. Chiudiamola qua questa situazione e l’abbiamo chiusa qua. Infatti più volte il fratello di Piero Mellea mi invitava la domenica ad andare là al bar e a mangiare là con i bambini e farli giocare al Parco dell’Agraria
Le estorsioni alla Cittadella regionale. Non solo Mellea, ma anche Corapi, secondo le dichiarazioni di Mirarchi, aveva il compito di raccogliere i soldi provento delle estorsioni sulle zone di Catanzaro. “Lui e Piero Mellea personalmente sono andati alla costruzione che hanno fatto alla Cittadella regionale a Germaneto e hanno chiuso l’estorsione. Lo so perché quando siamo subentrati noi, c’era un escavatore là e quando ho detto a Nico “facciamo pure qua alla Cittadella” mi ha detto Nico: “No, non la possiamo fare perché è già stato chiuso e ha mandato i soldi a Nicola Grande Aracri. Questa l’ha chiusa Piero Mellea e Roperto Corapi”. Il mio referente era Nico Gioffrè e più di una volta è stato mandato da mio zio Cosimino U’ Tubo dicendogli: “Cosimi, dobbiamo aspettare che ora i soldi della Cittadella, come arrivano tu lo sai che Nicola fa le cose uguali e manda i soldi, però sti soldi fino al 2016 dovevano essere l’ultima tranche, perché l’importo avevano chiesto l’estorsione di un milione di euro”.
