Il pg Di Maio ha invocato l'ergastolo per Bruno Emanuele considerato dagli inquirenti al vertice dell'omonimo clan delle Preserre e per il suo braccio destro Vincenzo Bartone

di GABRIELLA PASSARIELLO

Per il duplice omicidio dei fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo, uccisi a Gerocarne il 22 aprile 2002, in una strada interpoderale mentre erano ancora nella loro auto, crivellata da colpi di fucile, il sostituto procuratore generale Salvatore Di Maio, al termine della requisitoria, ha chiesto la conferma del carcere a vita per Bruno Emanuele, considerato dagli inquirenti al vertice dell'omonimo clan delle Preserre e per il suo braccio destro Vincenzo Bartone. Il pg ha chiesto ai giudici di secondo grado di lasciare immutata per i due imputati  la sentenza emessa dalla Corte di assise di Catanzaro il 23 febbraio 2016. Quello stesso giorno i giudici avevano sentenziato anche tre assoluzioni nei confronti di Gaetano Emanuele e Franco Idà, rispettivamente fratello e cognato di Bruno Emanuele, Giovanni Loielo, cugino dei fratelli Loielo, accusato invece degli omicidi di Raffaele Fatiga e Rocco Maiolo, quest'ultimo presunto boss di Acquaro e, all'epoca dei fatti, contrapposto proprio ai Loielo. Tra le contestazioni mosse agli imputati c’è anche quella relativa ai tentati omicidi ai danni delle stesse vittime. Sì perché la duplice esecuzione dei Loielo non fu semplice da portare a termine se non dopo tre tentativi mai andati a segno e che risalgono al 25 marzo, all’ 8 aprile e al 15 aprile del 2002. Si ritornerà in aula il prossimo 11 dicembre per le arringhe difensive dei legali Enzo Galeota, Giuseppe Di Renzo e Salvatore Staiano.

L’inchiesta. Entrambi gli imputati furono arrestati nell’ambito dell’operazione “Luce nei boschi”, nata per interrompere la spirale di sangue che a più riprese si registrarono nel territorio. Fatti di sangue determinati dalla volontà, secondo la Dda di Catanzaro, di togliere di mezzo coloro i quali avrebbero potuto impedire l’ascesa del nuovo gruppo criminale che si sarebbe rivelato capace di assicurarsi spazi di potere illimitato. Sono state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Forastefano, 41enne originario di Cassano Jonio (Cosenza) a permettere agli inquirenti di chiudere il cerchio sul duplice omicidio. Vincenzo Bartone si sarebbero occupato, secondo le ipotesi di accusa, delle attività di supporto, provvedendo ad accompagnare Antonio Forastefano e Bruno Emanuele a casa delle vittime per studiarne i movimenti. Poi Bartone, avrebbe raggiunto gli esecutori dopo la commissione del delitto portando abiti asciutti e riaccompagnando Forastefano, reo confesso già condannato per il duplice delitto, nella propria zona di origine.

Le dichiarazioni del pentito Forastefano. Nell’ordinanza dell’operazione della Dda del capoluogo calabrese, Lights in The Woods 2, il boss cassanese  ricostruisce la duplice esecuzione. «Io ed Emanuele abbiamo percorso una strada di montagna in serata ed ivi abbiamo atteso il sopraggiungere delle due vittime, la mattina successiva». Un’intera notte, fermi in un’auto su una strada delle Serre vibonesi, perché la missione doveva essere portata a termine ad ogni costo. «Ci siamo appostati là – riferisce Forastefano ai magistrati della Dda di Catanzaro – tutta la notte. Siamo stati in macchina e abbiamo aspettato la mattina. Che ora era io non lo so di preciso, comunque pioveva, mi ricordo che pioveva, pioveva un po` si e un po` no. Comunque niente, arriva la telefonata e dice “stanno arrivando”». In effetti, l’eliminazione dei fratelli Loielo – secondo quanto ricostruiscono i magistrati nelle 545 pagine dell’ordinanza – cha rappresentato uno spartiacque fondamentale nella faida tra i Maiolo, gruppo criminale di cui Emanuele faceva parte, e  la cosca egemone nella zona, quella dei Loielo. Forastefano, che sarebbe entrato in contatto con i clan vibonesi dopo aver cogestito da Cassano il traffico di diverse partite di droga,  si è soffermato su altri dettagli dell’agguato e la veridicità delle sue affermazioni secondo gli inquirenti arriva quando il boss cosentino, diventato poi collaboratore di giustizia  parla di una circostanza che solo chi era presente la mattina dell’agguato poteva conoscere. «La sim e il telefonino – scrivono i magistrati – venivano smarriti da Bruno Emanuele sul luogo del duplice omicidio», così come riferisce il pentito. I fratelli Loielo vanno incontro all`appuntamento con la morte percorrendo una strada tra i boschi di Gerocarne. «Io – prosegue Forastefano – avevo il compito di beccare l’autista, siccome che… diciamo che… la mira ce l`avevo proprio bene io. Io avevo il compito di fermare la macchina, la Panda che ci veniva incontro». L’omicidio dei fratelli Loielo che verrà scoperto solo il pomeriggio successivo, costituì l’occasione per la famiglia Emanuele di porsi al vertice del clan Maiolo-Emanuele.