"Crisalide", il colpo alle poste di Pizzo, il ruolo del basista e le tute acquistate dai cinesi
Ad agire non furono malviventi isolati, ma una banda che aveva lo scopo di rimpinguare le casse della cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri
Sono state le telecamere di un distributore di Pizzo Calabro ad immortalare Antonio Stella e i suoi complici dopo la rapina all'Ufficio postale di Pizzo Calabro il primo dicembre dello scorso anno. Fatale per l'uomo, finito in carcere questa mattina, la sosta a volto scoperto per fare rifornimento di carburante. Ma la rapina non era un episodio isolato. Essa arrivava a coronamento di un preciso "programma criminoso" messo in atto, secondo gli inquirenti della Dda di Catanzaro che hanno fatto scattare l'imponente operazione di questa mattina, "dalla cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri". Chiaro l'obiettivo: "Rimpinguare le le casse della consorteria criminale - sostengono i magistrati - depauperate dai sequestri" avvenuti in precedenza.
Il colpo alle poste. La rapina è stata dunque pianificata da una vera e propria banda all'interno della quale sono stati rilevati "ruoli e responsabilità di tutti gli altri complici. In effetti, risale al giorno precedente, ascoltando le intercettazioni, l'organizzazione del colpo alle poste di Pizzo da parte di Antonio Miceli, ad Antonio Stella, a Massimo Gualtieri (alias Cioccolata) e a Flavio Bevilacqua e di Antonio Franceschi. Quest'ultimo "si preoccupava di individuare la vettura da utilizzare sia per raggiungere l'obiettivo da rapinare che per la successiva fuga". L'azione sarebbe toccata invece a Stella, a Marco Passalacqua, ad Antonello Amato e ad un basista poi identificato in Salvatore Francesco Mazzotta, 27 anni, nato a Soriano ma residente a Pizzo, tra le 52 persone fermate dai carabinieri nell’ambito dell’operazione “Crisalide” coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e accusato di associazione a delinquere finalizzata alla rapina.
Le indagini. Da ulteriori intercettazioni registrate a bordo dell'automobile indicata dagli investigatori, emergeva anche "la complicità di Teresa Torcasio, moglie di Antonio Miceli che, "dopo la rapina, unitamente al marito, recuperava Antonio Stella nel quartiere Ciampa di cavallo insieme ai due complici, appunto, Antonello Amato e Marco Passalacqua". La conversazione ambientale registrata nel giorno antecedente la rapina alle poste risultava fondamentale per le indagini. Antonio Miceli "veniva monitorato mentre raggiungeva il luogo dove si incontrava con Stella" per definire "i dettagli di un'azione non meglio specificata. "Domani te lo vuoi andare a fare?" chiedeva Miceli a Stella che rispondeva serafico: "poi ne parliamo...tranquilli".
Tutti dai cinesi. Il gruppo che sarebbe entrato in azione a Pizzo era stato ascoltato e monitorato mentre si recava in un negozio di abbigliamento "ubicato in via del Progresso di fronte all'ex caserma della Guardia di finanza per acquistare le tute, le scarpe ed altro materiale poi utilizzato dagli esecutori materiali della rapina". Significativa la conversazione nella quale Antonio Miceli chiariva: "Andiamo che li compriamo dai cinesi tutte le cose". Insomma, da quanto emerge nelle intercettazioni, si trattò di una rapina pianificata da un gruppo organizzato e non frutto dell'azione isolata di improvvisatori. In effetti "tutti e tre i banditi - concludono gli investigatori - indossavano lo stesso modello di tuta costituita da pantalone e felpa con cappuccio avente la scritta Los Angeles impressa sul braccio sinistro". (t.f.)
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