Processo Sarlo, a marzo la parola passa ai giudici della Corte d'appello
Si dovrà decidere se confermare o ribaltare la sentenza di primo grado per la moglie dell’ex giudice Vincenzo Giglio, condannata per corruzione in atti contrari ai doveri di ufficio
di GABRIELLA PASSARIELLO
Dopo la sentenza di primo grado datata 22 dicembre 2015 in cui il Tribunale collegiale di Catanzaro ha sentenziato la condanna a due anni di carcere a carico di Alessandra Sarlo, moglie dell’ex giudice Vincenzo Giglio per corruzione in un atto contrario ai doveri di ufficio, la parola passa ai giudici di secondo grado. La Corte di appello il 16 marzo prossimo sarà chiamata a riesaminare le ipotesi accusatorie, all’epoca dei fatti formulate dall’allora sostituto Gerardo Dominijanni, oggi procuratore aggiunto a Reggio Calabria e dal collega Domenico Guarascio e avvalorate in aula dal pubblico ministero Graziella Viscomi, secondo le quali l’ex giudice si sarebbe avvalso dell’amicizia di Franco Morelli, all’epoca dei fatti consigliere regionale del Pdl, pur di soddisfare le richieste della consorte, che voleva un incarico da dirigente operativo in Regione.

Le ipotesi accusatorie. Il procedimento catanzarese a carico della Sarlo rappresenta lo stralcio di una più vasta inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano contro i Valle Lampada, in cui Giglio e Morelli sono stati condannati con sentenza passata in giudicato. La Procura di Milano aveva ristretto il capo di imputazione all’Asp di Vibo, mentre l’Ufficio di Catanzaro, è andata ben oltre, allargando le ipotesi di accusa: lo scambio corruttivo, avvenuto prima con sms poi con fax avrebbe avuto l’effetto di favorire la Sarlo che voleva essere distaccata dalla provincia reggina e ricoprire un incarico al consiglio regionale. La dirigente in concorso con Morelli e Giglio, quest’ultimo in veste di pubblico ufficiale, «violando i doveri di imparzialità, probità, indipendenza e nonché il dovere di riservatezza, compiva atti contrari ai doveri di ufficio». Giglio avrebbe trasmesso a Morelli «un fax attestante l’assenza di procedimenti penali o indagini a suo carico» e in cambio Morelli avrebbe soddisfatto le aspirazioni lavorative della Sarlo, definita dalla pubblica accusa l’istigatrice, che compulsa, parla con Morelli, Giglio e Fedele, vaglia le proposte lavorative che le vengono rivolte tanto da rifiutare quelle che non le sono consone.

Le tesi difensive. I codifensori Saveria Cusumano e Francesco Albanese hanno parlato di un processo incardinato senza alcuna prova, un processo suggestivo, che nasce e muore come processo indiziario. Avevano chiesto un’integrazione probatoria, avrebbero voluto un’eventuale iscrizione nel registro degli indagati di Franco Morelli, qualora fosse stato accertato un accesso illecito al Rege della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, nell’arco temporale che va dalle 8 alle 14.21 del 9 aprile 2010. Una richiesta bocciata sul presupposto “dell’irrilevanza delle modalità attraverso cui il magistrato Giglio è riuscito a reperire una notizia coperta da segreto” . La difesa non ha negato il rifiuto della loro assistita di accettare incarichi di rappresentanza, ma “chi ha studiato una vita vuole lavorare a condizioni giuste. Voleva semplicemente svolgere quello che si era guadagnato per meriti, usufruendo della mobilità, che le consentiva di passare da un’ amministrazione pubblica ad un’altra, come previsto per legge.
