'Ndrangheta, blitz contro i Piromalli: il ruolo del "vibonese" Paolo D'Elia, il "paciere" dei clan
Secondo l 'accusa svolgeva attività di 'raccordo' col mondo politico, economico ed istituzionale e funzioni di 'paciere' tra le cosche
di MIMMO FAMULARO
C'è anche Paolo D’Elia tra le persone fermate nell'ambito dell'inchiesta condotta dai carabinieri del Ros e coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria. Un nome noto alle cronache giudiziarie calabresi e, più recentemente, a quelle vibonesi.
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Il profilo. Paolo Vincenzo D'Elia, meglio conosciuto come "don Paolo" è ritenuto dagli inquirenti una figura storica e carismatica negli ambienti della criminalità organizzata calabrese. Nativo di Seminara, nel Reggino, il suo nominativo compare anche nel decreto di scioglimento per infiltrazioni mafiose, datato 1991, del Consiglio comunale di Seminara. Archiviata la sua posizione nella maxi-inchiesta “Crimine” della Dda di Reggio Calabria risalente al luglio del 2010, negli anni ’80 Paolo D’Elia si era trasferito nel Vibonese – prima a Maierato, poi a Vibo-città, dopo essere stato gravemente ferito in un agguato a Seminara. A Vibo Valentia avrebbe svolto il ruolo di “paciere” – come emerso nell’inchiesta “Nuova Alba” – fra le opposte articolazioni del clan Lo Bianco guidate dagli omonimi cugini Carmelo Lo Bianco, l’uno detto “Piccinni”, deceduto in carcere ad 82 anni nel marzo 2014, l’altro chiamato “Sicarro”, morto qualche settimana fa in ospedale a Catanzaro. Paolo D’Elia viene chiamato in causa anche nell’inchiesta dei carabinieri del Ros di Catanzaro denominata “Purgatorio” per i suoi presunti rapporti con esponenti di primo piano del clan Mancuso di Limbadi. Gli stessi Mancuso, secondo il Ros, avrebbero tenuto in gran considerazione D’Elia, indicandolo quale esponente autorevole della massoneria deviata. Il Ros nell’inchiesta “Purgatorio” ha inoltre sottolineato che Paolo D’Elia “è stato autore negli anni di alleanze con altre famiglie mafiose come gli Alvaro di Sinopoli, i De Stefano di Reggio Calabria ed i Molè di Gioia Tauro”.
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Don Paolo e l'operazione "Provvidenza". D'Elia, 88 anni da compiere nel prossimo mese di giugno, da anni residente a Filogaso, già arrestato per usura, è destinatario di uno dei fermi emessi dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Gli inquirenti non esitano a definire "elevatissimo" il suo spessore criminale. Secondo l'accusa fungeva da 'collante' tra le varie ‘ndrine, svolgendo attività di 'raccordo' col mondo politico, economico, istituzionale e funzioni di “paciere” in occasione dell’insorgenza di controversie tra le famiglie di ndrangheta. I carabinieri del Ros lo ritengono legato a Girolamo Mazzaferro, classe 1935, "con il quale manteneva - si legge nel capo di imputazione - rapporti stabili di frequentazione con gli altri affiliati che incontrava presso la masseria di Mazzaferro (uno dei luoghi prestabiliti di riunioni di ndrangheta) ed era a conoscenza di tutte le dinamiche mafiose della cosca di appartenenza e delle alleanze strette con altre articolazioni territoriali della ndrangheta". Per l'accusa avrebbe quindi mantenuto rapporti non solo con le più importanti famiglie di 'ndrangheta del mandamento Tirrenico, quali gli Alvaro, i Crea e i Mammoliti, ma anche con esponenti di altre articolazioni territoriali della 'ndrangheta del Vibonese e del Catanzarese. In quest'inchiesta viene inquadrato come "punto di riferimento stabile in rappresentanza dei Piromalli nei rapporti con la cosca Alvaro ed, in particolare, del ramo cosiddetta 'Mattunari', rappresentato da Paolo e Raffaele Alvaro che incontrava - scrivono gli inquirenti - personalmente presso la masseria di Mazzaferro Girolamo cl 1935 o con cui comunicava attraverso 'pizzini' che gli venivano recapitati proprio presso la masseria del Mazzaferro".
