‘Ndrangheta, così le cosche vibonesi gestivano il narcotraffico internazionale (VIDEO-DETTAGLI)

Gli investigatori si soffermano sulla tripartizione del potere tra i clan della provincia. Il ruolo dei Fiarè, il collegamento con il gruppo di Mileto e le ndrine di San Calogero 

di MIMMO FAMULARO

I clan della ‘ndrangheta vibonese stipulavano accordi direttamente con i “cartelli colombiani” per l’importazione della cocaina in Italia. Più che una novità, un’ulteriore conferma di ciò che era già emerso in altre operazioni. Da “Decollo” ad “Overing” fino a quella di oggi che convenzionalmente gli investigatori della Guardia di Finanza hanno denominato “Stammer”. Un’inchiesta che conferma quanto già si sapeva, il predomino delle cosche vibonesi nel narcotraffico internazionale.

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Il ruolo dei Fiarè. Secondo l’inchiesta un ruolo fondamentale era svolto da Filippo Fiarè (nella foto), reggente dell’omonimo clan a seguito della detenzione del fratello Rosario. Gli inquirenti lo ritengono a capo della cosca egemone a San Gregorio d’Ippona e sovraordinata rispetto alla “minore” di Mileto. Il suo coinvolgimento nell’ambito del contesto investigativo emergeva soprattutto durante le fasi relative alla “raccolta” del denaro funzionale al pagamento della partita di droga poi sequestrata al porto di Livorno.

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Il gruppo di Mileto. Nel corso delle indagini, gli 007 delle Fiamme gialle hanno registrato comunicazioni telefoniche tra Filippo Fiarè e quelli che nel decreto di fermo vengono indicati come i suoi adepti: Salvatore Pititto e Fortunato Lo Schiavo. Entrambi sono, a loro volta, ritenuti esponenti di spicco del gruppo di Mileto, collocati tra coloro che avrebbero promosso, diretto e organizzato le importazioni transnazionali dello stupefacente curandone tutte le fasi, dalla pianificazione sino alla consegna, oltre all’approvvigionamento sul territorio. A capo del gruppo – secondo gli inquirenti – c’era Pasquale Pititto che, in quanto detenuto, avrebbe demandato la gestione delle attività della ‘ndrina al cugino Salvatore Pititto, il quale assolveva il suo compito con l’ausilio di Rocco Iannello e Fortunato Lo Schiavo. Quest’ultimo avrebbe accompagnato Salvatore Pititto ai summit con gli esponenti delle ‘ndrine di San Calogero e di San Gregorio per pianificare l’importazione di droga. Alle dirette dipendenze di Salvatore Pititto emergevano alcuni soggetti in incaricati di specifici compiti, in particolar modo, la vendita e il trasporto della coca sul territorio, garantendo, in caso di necessità, supporto logistico. Secondo l’accusa a svolgere questo ruolo sarebbero stati Antonio Massimiliano Varone, Domenico Iannello e Massimo Pannaci. Al primo veniva demandata, tra le altre cose, la gestione delle conversazioni con gli esponenti del cartello colombiano ai quali avrebbe fornito anche un continuo supporto logistico occupandosi, in particolare, di ospitare i narcos al loro arrivo in Italia anche nella propria abitazione. Domenico Iannello e Massimo Pannaci avrebbero svolto le funzioni di pusher, con operatività anche in altri ambiti territoriali al di fuori dell’hinterland vibonese. Secondo le risultanze investigative, Iannello aveva tra i suoi acquirenti soggetti di stanza nel Salento ed in Sicilia mentre Pannaci curava i rapporti lungo l’asse tirrenico: da Napoli fino in Toscana passando per Roma e arrivando a toccare anche le piazze di spaccio del Milanese. Non avevano ruolo di comando, ma avrebbero fatto parte del gruppo con posizione di subordine altri quattro indagati, Giuseppe Pititto, Gianluca Pititto, Fortunato Baldo e Antonio Fogliaro che si muovevano alle dipendenze di Salvatore Pititto. Il gruppetto – secondo l’accusa – avrebbe gestito lo spaccio di marijuana a Mileto, utilizzando il circolo “Le Iene” come base logistica di stoccaggio della droga. Una pagina del decreto di fermo è dedicata alla “donne” del sodalizio criminale, ovvero a Mariantonia Mesiano, Osksana Verman e Vania Luccisano, le quali avrebbero certificato il loro pieno coinvolgimento collaborando con i propri “uomini” nella gestione degli affari illeciti.

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Operazione-StammerIl gruppo di San Calogero. Come emerso nel corso delle inchieste giudiziarie che si sono susseguite nel corso negli anni, la ‘ndrina di San Calogero è segnata come assai vicina ai Mancuso di Limbadi, per conto dei quali ha gestito l’importazione di ingenti quantitativi di cocaina dal Sudamerica.
A seguito dell’omicidio di Vincenzo Barbieri, le redini del gruppo venivano prese da Francesco Ventrici, indicato congiuntamente a Barbieri come una delle figure cardine del narcotraffico e tra i maggiori broker a livello internazionale. Secondo gli investigatori, Ventrici avrebbe spostato la propria operatività criminale discostandosi dal Vibonese e radicando una propria base logistica in Emilia dove, da ultimo, veniva tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Due Torri Connection”. A questo punto – a giudicare dalle ricostruzioni degli inquirenti – i canali relazionali con i narcos colombiani venivano mutuati da Antonio Grillo, designato dallo stesso Ventrici alla guida del gruppo per la conclusione degli affari illeciti. Per come riscontrato nel corso delle indagini, il coinvolgimento di Grillo avveniva già durante la pianificazione relativa alla spedizione della cocaina sequestrata presso il porto di Livorno, condotta da Giuseppe Mercuri unitamente a Salvatore Pititto e ai suoi associati. In seguito a ciò il gruppo si sarebbe riorganizzato. “A questo punto – si legge nel decreto di fermo – nel predisporre una rapida riorganizzazione delle strategie criminali, facevano ingresso nella scena investigativa i fratelli Antonio e Giuseppe Grillo, oltre al padre Pasquale, i quali, di fatto, congiuntamente a Salvatore Pititto, dirigevano, organizzavano e finanziavano la nuova importazione. A latere dell’impianto direttivo così delineato, Giuseppe Iannello, nipote di Francesco Francesco Ventrici, fungeva da raccordo informativo tra i soggetti facenti parte della ‘ndrina di San Calogero e quelli della ‘ndrina di Mileto”.

Gdf-operazione-stammerGli acquirenti. L’attività investigativa ha disvelato anche la rete dei soggetti acquirenti, tutti gravati da precedenti specifici in materia di stupefacenti. In particolare, le indagini hanno rivelato che Salvatore Pititto si recava personalmente presso i destinatari dello stupefacente, al solo scopo di pianificare i dettagli delle negoziazioni e accordarsi personalmente con i vari avventori, acquisendone gli ordinativi. All’esito degli incontri intrattenuti con gli acquirenti, Pititto ritornava a Mileto, ove provvedeva a confezionare le partite di stupefacente che venivano dallo stesso recapitate a distanza di pochi giorni dalle commesse. Tra gli acquirenti di Pititto figurerebbero sono le indagini: Giuseppe Grimaldi, Giuseppe Rondinelli, Antonio Sicchitano. “Mappati” anche gli acquirenti di Domenico Iannello che sarebbero soggetti dimoranti in Sicilia e identificati dalle Fiamme gialle in Calogero Rizzuto, Angelo Rizzuto e Anna Palazzo.

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