‘Ndrangheta: storia del clan Bonavota, fra faide, alleanze ed affari milionari

L’escalation della ‘ndrina di Sant’Onofrio, nel Vibonese, ricostruita attraverso le inchieste giudiziarie e le sentenze. Dalla strage dell’Epifania ai legami con le altre cosche

di GIUSEPPE BAGLIVO

E’ nei primi anni ’80 che si forma a Sant’Onofrio – paese confinante con Vibo Valentia – quella che gli investigatori, ed in seguito le sentenze, denomineranno come “clan Bonavota”. Dai carteggi giudiziari è possibile ricostruire la storia di questa ‘ndrina, distaccatasi dalla cosca “maggiore” di Stefanaconi nella metà degli anni ’80 ed entrata in faida, inizialmente per il furto di alcuni capi di bestiame, poi per il controllo del traffico di droga, con il clan capeggiato da Rosario e Vincenzo Petrolo. Si formarono due schieramenti di cosche: da un lato i De Fina e gli Arona di Sant’Onofrio, unitamente ai Patania di Stefanaconi, si allearono con i Bonavota, dall’altro lato i Matina e la cosca capeggiata da Nicola Bartolotta di Stefanaconi, alias “U Pirolu”, si unirono ai Petrolo di Sant’Onofrio.

pistola

La faida. Uno scontro cruento, con un intervento anche dei Mancuso di Limbadi che offrirono propri uomini ed armi per eliminare gli esponenti del clan Bonavota in cambio di esponenti dei “Matina-Petrolo” disposti a far fuori altri soggetti in lotta all’epoca contro lo stesso clan Mancuso. I Matina – stando alle sentenze ormai definitive – si dichiararono d’accordo ad avere l’appoggio dei Mancuso, mentre Rosario Petrolo rifiutò ogni aiuto da parte del clan di Limbadi, poiché desideroso di risolvere da solo la faida con i Bonavota all’epoca guidati da Vincenzo ed Antonino Bonavota. Ci fu – stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gerardo D’Urzo rilasciate alla Dda di Catanzaro il 22 giugno 2002 – anche un tentativo da parte del boss Rosario Fiarè di San Gregorio d’Ippona di riappacificare i due clan, ma tutto si rivelò inutile. Lo scontro si concluse il 10 giugno del 1992, quando a Zingonia (Bergamo) venne ucciso Fedele Cugliari di 32 anni, braccio destro del boss Vincenzo Petrolo, quest’ultimo fatto saltare in aria, qualche mese prima, con autobomba piazzata sotto la propria auto.

La strage. L’episodio più cruento della faida si verificò, tuttavia, il 6 gennaio 1991 quando un commando di quattro uomini del clan Petrolo sparò all’impazzata nella piazza principale di Sant’Onofrio per colpire Rosario Cugliari e Antonio Lo Preiato, considerati vicini ai Bonavota. Al termine della pioggia di fuoco restarono a terra due morti e 11 feriti, tutti estranei alla guerra fra clan. La strage era la risposta all’omicidio avvenuto il 3 gennaio 1991 di Domenico Moscato, ritenuto vicino al clan capeggiato dai fratelli Rosario e Vincenzo Petrolo.

carabinieri armi

Lo scontro fra i Petrolo ed i Bonavota. Prima della strage dell’Epifania, però, a inasprire gli scontri fu l’agguato teso il 27 gennaio del 1990 a Francesco Calfapietra e Rosario Cugliari. Il primo rimase ucciso, mentre il secondo, cognato del boss Vincenzo Bonavota, gravemente ferito. Tre giorni dopo al boss di Sant’Onofrio arrivò la soffiata che i presunti mandanti dell’agguato – Rosario Petrolo, detto “Sarinu da Petrara” e il cognato Fedele Cugliari, alias Lele ‘u Caddu (ucciso nel giugno del ’92 nei pressi di Bergamo) – si sarebbero dovuti recare nella piazza di Sant’Onofrio. Vincenzo Bonavota non si sarebbe così lasciato sfuggire l’occasione per regolare i conti, chiedendo l’aiuto di persone di San Giovanni di Mileto. Tali ultimi personaggi – si fa riferimento nelle inchieste a Giuseppe Prostamo, Pasquale Pititto e Antonio Tavella – non essendo conosciuti dagli avversari avrebbero costituito il gruppo di fuoco. A indicare loro gli obiettivi sarebbe stato Pasquale Bonavota, il figlio maggiore di Vincenzo Bonavota. Un agguato preparato nei minimi particolari, con il commando accompagnato in località Vajoti a prendere l’auto per l’imboscata che poi doveva essere incendiata in località Fago – che però non andò in porto. Nel frattempo anziché Rosario Petrolo, i Bonavota puntarono sul fratello Vincenzo visto andare in auto alla Petrara insieme Cugliari. Un particolare che, in base a quanto emerse dai fascicoli dell’inchiesta “Uova del drago”, è proprio Pasquale Bonavota a chiarire nelle intercettazioni: “Noi a Enzo non lo volevamo…noi volevamo a Saro e a Lele…noi volevamo prendere quei due per primi…”. I killer si appostarono in campagna, ma l’arrivo dell’auto a fari spenti spiazzò gli attentatori che si affrettarono a piazzarsi in mezzo alla strada ed a sparare. Nonostante il volume di fuoco, Vincenzo Petrolo riuscì a salvarsi.

fucile che spara

La ripresa delle ostilità. Non si mosse foglia o quasi fino al mese di aprile quando qualcuno sparò contro un’autovettura identica a quella di Vincenzo Bonavota. Qualche settimana dopo, era il giorno di Pasqua, la risposta dei Bonavota con l’attentato a Paolo Augurusa, detto “U Diavulu”. Sulla Fiat 127 che guidava c’erano pure Rosario Petrolo e il cognato Fedele Cugliari, reali obiettivi del commando che però riuscirono a farla franca. Da qui la decisione della cosca Bonavota di eliminare tutti i rivali: “Dopo quel fatto di Pasqua, siccome li abbiamo mancati, abbiamo detto: ragazzi ormai cacciamoceli tutti”.

pasquale-e-domenico-bonavota

I legami dei Bonavota con gli altri clan. Dal feudo di Sant’Onofrio ai centri limitrofi sino al Lazio ed al Piemonte, stabilendo solide alleanze con  gli Alvaro di Sinopoli, i Morabito ed i Mollica di  Africo, gli Ursino di Gioiosa Ionica, i Commisso di Siderno, gli Aquino di Marina di Gioiosa Ionica, sino al boss Rocco Anello di Filadelfia, personaggio di spessore nella “geografia” della ‘ndrangheta vibonese che si sarebbe posto alla pari con i Mancuso nel territorio di sua competenza, ovvero tutto il bacino dell’Angitola.

rocco-anello-ok

E l’intercettazione di un colloquio tra Pasquale Bonavota e un’altra persona, captato dai carabinieri nell’inchiesta “Uova del drago”, a dare l’idea del potere che a Rocco Anello (in foto a sinistra) viene attribuito. Riferisce infatti nelle intercettazioni Pasquale Bonavota: “Da sopra alla Nazionale a Pizzo fino a là sotto a Lamezia, Acconia…a tutte le parti c’è lui. Non si muove foglia se non vuole lui. Me l’ha detto chiaro, chiaro a me; e gliel’ha detto davanti a me, chiaro chiaro, ai Mancuso…”.

L’alleanza con Filadelfia e la frattura interna. Un’alleanza, quella fra Pasquale Bonavota e Rocco Anello, che ad avviso degli inquirenti avrebbe permesso al presunto nuovo “capo società” di Sant’Onofrio di piazzare i propri videogiochi in numerosi villaggi turistici presenti nell’area che va da Pizzo a Lamezia Terme. All’interno della ‘ndrina di Sant’Onofrio si sarebbe tuttavia creata già nei primi anni del 2000 una frattura interna con un gruppo guidato da alcuni componenti della “famiglia” De Fina che avrebbe costituito un autonomo clan al quale sarebbe stato vicino pure Domenico Di Leo, detto Micu ‘i Catalanu, vittima di un agguato nel luglio del 2004 ad opera, secondo le nuove indagini, dei Bonavota.