Workshop "Riferimenti" in stabile dei Mancuso. Manzini: "La Buccafusca voleva cambiare vita"
Da simbolo della mafia ad effigie di legalità. Lo stabile confiscato alla cosca Mancuso di Limbadi e trasformato nell'Università dell'antimafia, è stato il fulcro intorno a cui è ruotato il workshop organizzato a Limbadi dall'associazione Riferimenti. Nel corso dell'iniziativa è stato possibile ripercorrere storie tragiche e vicende di donne seviziate e uccise oppure scomparse nel nulla, inghiottite verosimilmente dalla lupara bianca. Vincenzo Chindamo, nel corso dell'appuntamento, ha raccontato non senza commozione la storia della sorella Maria, sparita in una tragica giornata dello scorso mese di maggio.
Il magistrato. Sulle donne vittime della 'ndrangheta ha voluto soffermare la propria attenzione, invece, il magistrato Marisa Manzini. Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola ed ultima in ordine di tempo Tita Buccafusca, consorte del boss Pantaleone Mancuso (Scarpuni). "La vidi al processo Dinasty che si chiuse con l'affermazione dell'esistenza del gruppo mafioso dei Mancuso. Anche lei voleva cambiare vita per dare una speranza al figlioletto ma non è riuscita nel proprio intento. Dopo qualche anno si è suicidata bevendo acido muriatico. Parlare di giustizia in Calabria "significa rompere equilibri delle famiglie e se addirittura lo fa una donna diviene ancora più rilevante, perchè alle donne è affidato il compito di educare i figli secondo i dettami della ndrangheta". Per mutare questo status quo bisogna abbattere "il muro dell'indifferenza - ha concluso il procuratore aggiunto della Repubblica di Cosenza -. Le persone in questa terra devono riacquistare la libertà".
