'Ndrangheta: Andrea Mantella e 30 anni di retroscena criminali nel Vibonese
Collegato in videoconferenza, ha spiegato i contrasti con il clan Mancuso, la lupara bianca con vittima Roberto Soriano ed il proposito di Scarpuni di uccidere Mimmo Bonavota
di GIUSEPPE BAGLIVO
"Collaboro con la giustizia dal 4 maggio scorso perchè ho deciso di cambiare vita. Sono libero dal 14 giugno 2016, avendo finito di scontare tutte le condanne. Mi trovavo detenuto per tre condanne definitive per associazione mafiosa rimediate per aver fatto parte del clan Lo Bianco". Questo l'esordio del collaboratore di giustizia, Andrea Mantella, collegato in videoconferenza con l'aula bunker del nuovo palazzo di giustizia di Vibo Valentia. Chiamato a deporre nel processo al clan Mancuso nato dall'operazione "Black money", rispondendo alle domande del pm della Dda di Catanzaro, Marisa Manzini, il 44enne vibonese ha rimarcato di aver ricoperto un ruolo "verticistico all'interno del clan Lo Bianco di Vibo Valentia", avendo iniziato a commettere reati, come incendi di auto e furti, sin da minorenne per poi essere ritualmente affiliato alla 'ndrangheta con il grado di "picciotto" all'età di 16 anni per volere del boss di Vibo Valentia Carmelo Lo Bianco (cl. '32), detto "Piccinni", deceduto in carcere a Parma nel marzo 2014. Quindi la "scalata" nella 'ndrina dei Lo Bianco, con la promozione nei gradi mafiosi di "camorrista", "sgarrista", "santista", "vangelista" e "trequartino" sino alla creazione nel 2004 di un gruppo autonomo dal clan Lo Bianco unitamente a Salvatore Morelli, Francesco Antonio Pardea e Tomaino, ma pur sempre inserito nella medesima cosca, al fine di opporsi alla pratica del versamento della percentuale del 5% che i Lo Bianco riconoscevano sulle estorsioni a Vibo al più potente clan di Limbadi.

Gli omicidi per conto del boss ed i contrasti con i Mancuso. "Ho commesso diversi omicidi - ha spiegato Mantella - per conto del clan Lo Bianco ed in particolare per conto di Carmelo Lo Bianco, "Piccinni". Ho conosciuto il boss Antonio Mancuso, uno dei fondatori dell'omonima famiglia, attraverso Carmelo Lo Bianco. Io stesso portavo in "copiata", all'atto della "promozione" al grado di "camorrista", il nome di Antonio Mancuso. Sono stato io nel 2004 il promotore del gruppo che sulla città di Vibo, e sino alla stazione di Vibo-Pizzo, ha iniziato a contrastare i Mancuso ed a gestire in autonomia estorsioni, droga ed usura". Relativamente alle alleanze, Mantella ha invece spiegato che il suo gruppo si era alleato ai Battaglia ed ai Fiorillo di Piscopio, ai Tripodi di Portosalvo, ai Bonavota di Sant'Onofrio, ai Vallelunga di Serra San Bruno ed al gruppo di Bruno Emanuele di Gerocarne, tutti uniti contro i Mancuso che potevano invece contare sulla fedeltà del clan Fiarè-Razionale-Vinci di San Gregorio d'Ippona. "I Mancuso volevano fare i padroni nel Vibonese - ha sottolineato Mantella - e credevano che tutti noi degli altri gruppi fossimo delle pecore, ma non è così. I Mancuso pretendevano soldi pure dalla raccolta delle olive come dai lavori sull'autostrada".

I Mancuso conosciuti da Mantella. Il collaboratore di giustizia, rispondendo sempre alle domande del pm Marisa Manzini, è quindi entrato nel dettaglio dei singoli esponenti della famiglia Mancuso da lui conosciuti personalmente. "Luigi Mancuso l'ho conosciuto in carcere nel 1995, mentre il fratello Cosmo Michele mi è stato presentato una volta al Cin-Cin bar di Vibo da Gianfranco Ferrante. Ho conosciuto poi Antonio Mancuso tramite Carmelo Lo Bianco, Pino Mancuso figlio di Pantaleone Mancuso detto Vetrinetta, Giovanni Mancuso detto zio Jonny o Billy, e Pantaleone Mancuso detto Scarpuni". Fra i capi del clan, Andrea Mantella ha indicato Antonio Mancuso il quale, a suo dire, "è stimato negli ambienti criminali, è uno che conta per tutti coloro che credono alla favola della 'ndrangheta. Ricordo che io stesso - ha aggiunto Mantella - ho sparato a Roberto Piccolo su mandato di Carmelo Lo Bianco poichè Piccolo aveva osato sparare ad un'azienda dell'imprenditore Santo Lico, quest'ultimo protetto da Antonio Mancuso". Il riferimento è alla sparatoria dinanzi al cinema Valentini nei primi anni '90 fra Mantella e Roberto Piccolo di Nicotera, ritenuto vicino al clan Mancuso, quando lo stesso futuro collaboratore di giustizia rimase ferito e la sua pistola si inceppò nel rispondere al fuoco.

Giovanni Mancuso, l'usura ed il monopolio della carne a Vibo. Mantella ha quindi confermato in aula i contrasti con Giovanni Mancuso per il monopolio della fornitura della carne ai macellai di Vibo-città, con Giovanni Mancuso - che si sarebbe alla fine spostato su Vena di Jonadi - attivo pure nel settore dell'usura. L'esponente del clan di Limbadi avrebbe gestito su Vena il bussines dell'usura attraverso Mario De Rito (cognato di Salvatore Mantella, cugino di Andrea) e Salvatore Sorrentino. Quest'ultimo, a detta di Andrea Mantella, "è di Vena, ha un'amicizia diretta con Giovanni Mancuso e si è spostato ora a Roma, insieme ad Alessandro Ventre ha fatto costruzioni con i soldi di Giovanni Mancuso". Fra le vittime dell'usura praticata da Giovanni Mancuso, il collaboratore di giustizia ha citato "Petrolo, quello dei marmi a Vena, il costruttore di Vena Gaetano Staropoli e l'imprenditore di Briatico Giuseppe Grasso", attuale testimone di giustizia, con quest'ultimo "disperato e che - ha aggiunto il collaboratore - si portava nella concessionaria di Franco Ceravolo in via degli Artigiani a Vibo dove ha ottenuto da Paolino Lo Bianco dei prestiti per saldare nel 2003 i debiti con Mancuso".

Gli imprenditori citati da Mantella. Sei in particolare gli imprenditori chiamati in causa da Mantella nel corso della deposizione. Due di loro, Francesco Patania, detto "Cicciobello", e Franco Barba, già condannato per 416 bis nell'operazione "Nuova Alba", sono stati qualificati dal collaboratore di giustizia, nel corso del suo esame, come "mafiosi del clan Lo Bianco", con Patania indicato come "legato ad Antonio Mancuso" e Franco Barba "legato a Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni". Altri due sono stati invece indicati da Mantella come vicini ai Mancuso (in particolare ad Antonio Mancuso): l'imprenditore edile "Colacchio" e quello siderurgico "Antonino Castagna", quest'ultimo fra gli imputati del processo "Black money". Un quinto imprenditore "il grosso costruttore del Vibonese, Guastalegname" secondo Andrea Mantella si sarebbe "vantato dell'amicizia che aveva con Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni, e con i Fiarè". Ad avviso di Andrea Mantella, a "Guastalegname stava bene pagare Rosario Fiarè ed il genero Gregorio Giofrè o Scarpuni. Quando costoro sono stati arrestati fra il 2003 ed il 2005, sul territorio di Pizzo - ha aggiunto il collaboratore - Guastalegname pagò il gruppo dei Bonavota, attraverso Giuseppe Barbieri, e quello degli Anello per dei lavori su via Nazionale". L'imprenditore Giuseppe Prestanicola, secondo Mantella, avrebbe invece consentito al boss Pantaleone Mancuso, detto "Scarpuni", di infiltrarsi negli appalti dei lavori per l'ammodernamento dell'autostrada.


I progetti di morte e la scomparsa di Roberto Soriano. Il gruppo di Andrea Mantella, unitamente ai Piscopisani Battaglia e Fiorillo, ai Tripodi di Portosalvo, agli Emanuele di Gerocarne ed ai Bonavota di Sant'Onofrio, avrebbe dovuto uccidere a Nicotera il boss Pantaleone Mancuso, detto "Scarpuni". Ad avviso di Andrea Mantella, però, il boss Saverio Razionale di San Gregorio d'Ippona avrebbe fatto il doppio-gioco, avvertendo Scarpuni dei propositi omicidiari ai suoi danni. Dall'altro lato, invece, Pantaleone Mancuso, alias "Scarpuni" avrebbe voluto uccidere sia Andrea Mantella che Domenico Bonavota. Lo stesso Saverio Razionale, a metà anni '90, rimase invece ferito in un agguato a Briatico che, secondo Andrea Mantella, sarebbe un fatto di sangue legato pure alla scomparsa per lupara bianca di Roberto Soriano di Pizzinni di Filandari, fratello più piccolo di Leone Soriano. "Roberto Soriano - ha spiegato Mantella - era nelle mani di Giuseppe Mancuso, detto 'Mbrogghja", e poi ha fatto la fine che ha fatto". Siamo sul finire degli anni '90, quelli della contrapposizione fra i clan Mancuso-Soriano da un lato contro i clan Fiarè-Razionale-Accorinti dall'altro.


Papaianni e la "copiata" per Rizzo. L'esame di Andrea Mantella si è concluso con un riferimento ad una "promozione" nelle fila della 'ndrangheta. Quella che, a suo dire, gli avrebbe chiesto di compiere in carcere il boss Luigi Mancuso attraverso Pasquale Giampà di Lamezia, quest'ultimo cognato dello stesso Mantella e poi ucciso nella guerra di mafia fra i clan del Lametino. "Luigi Mancuso - ha concluso Mantella - mi disse di elevare al grado di camorrista Giovanni Rizzo, figlio di Romana Mancuso, sorella dello stesso Luigi. Fu Luigi Mancuso che mi disse di mettere nella "copiata" di Giovanni Rizzo il nominativo, quale capo-società, di Agostino Papaianni che operava principalmente nel territorio di Ricadi".
Prossima udienza il 10 ottobre per l'inizio del contro-esame di Andrea Mantella da parte degli avvocati degli imputati che sono: Giovanni Mancuso (cl. ’40), Antonio Mancuso (cl. ’38), Giuseppe Mancuso (cl. ’77, figlio del defunto boss Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”), Damian Fialek, Antonino Castagna, Agostino Papaianni, Leonardo Cuppari, Antonio Prestia, Gaetano Muscia, Pantaleone Mancuso (detto “Scarpuni”), Nicola Castagna, Filippo Mondella, Antonio Velardo (latitante), Raffaele Corigliano, Carmela Lopreste, Giuseppe Papaianni, Francesco Buccafusca, Pantaleone Zoccali, Carmina Mazzitelli, Ottorino Ciccarelli, Alberto Caputo.
