La difesa strenua della città di Rende dell'ex consigliere regionale subito dopo le prime inchieste antimafia di qualche anno fa

«Rende non è un’idea… E’ un ideale». Sono le frasi pronunciate da Sandro Principe qualche anno fa, in occasione di una conferenza stampa scaturita a seguito delle prime attività investigative che avevano addensato nubi e sospetti sulla trasparenza amministrativa nel corso degli ultimi anni al Comune di Rende. Una frase assai efficace, e che fornisce il quadro della dimensione socio-politica che per decenni, la cittadina su cui insorge l’Università della Calabria, ha rappresentato. Ma, oggi, quell’ideale di cui parlava Principe – figlio di Cecchino, il vero ideatore di un modello urbano che da sempre sulla cresta dell’onda in tutto il Meridione d’Italia – sembra ormai irrimediabilmente appannato.

Sandro Principe

Ancora non si conoscono nel dettaglio le contestazioni e le motivazioni che hanno indotto la Dda a richiedere al gip distrettuale l’emissione dei provvedimenti cautelari che toccano la politica e la pubblica amministrazione cittadina (leggi qui le contestazioni formulate dalla Dda). Ma è certo che, da oggi, “l’idea” della Rende “idealizzata” da Principe e da tutti i cosentini non sarà più la stessa. Qualcosa, nei meccanismi di equilibrio tra “poteri” da sempre esistenti nell’area urbana, si è inceppata. Qualche ingranaggio – quello che dovrebbe tenere a debita distanza gli interessi della pubblica amministrazione da quelli beceri della ’ndrangheta – s’è rotto. E le conseguenze sono evidenti proprio in queste ore. Durante il corso della giornata sarà più chiaro il contenuto di questa vicenda che non fa certo onore alla storia politica di chi è invischiato in primo piano. E allora sarà più facilmente contestualizzabile il contesto nel quale si inserisce l’attività investigative condotta dal coordinatore aggiunto della Dda Vincenzo Luberto e dal sostituto procuratore Pierpaolo Bruni.
Pier Paolo Cambareri