Processo “Insomnia” a Vibo: il pentito Raffaele Moscato accusa anche lo zio

Il collaboratore nel dibattimento in corso nei confronti dell’imputato Domenico Moscato ha pure citato diversi personaggi “attivi” a Vibo Valentia e Piscopio

di GIUSEPPE BAGLIVO

C’è anche lo zio paterno fra le persone accusate dal collaboratore di giustizia Raffaele Moscato. E’ accaduto oggi pomeriggio in videoconferenza nel corso del processo nato dall’operazione antimafia denominata “Insomnia” che si sta svolgendo dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto dal giudice Lucia Monaco.

raffaele moscato
Raffaele Moscato

Un esame – quello del collaboratore – condotto dal pm della Dda di Catanzaro Camillo Falvo e che, partendo dal presunto ruolo dell’imputato Domenico Moscato, 57 anni, nel settore dell’usura, ha finito per chiamare “in causa” anche diversi “personaggi” della criminalità vibonese.

“Collaboro dal marzo 2015 – ha spiegato Raffaele Moscato (foto a lato) – dopo essere stato arrestato per l’omicidio di Fortunato Patania che ho commesso io materialmente. Domenico Moscato è mio zio, è il fratello di mio padre e possiede da una vita un tabacchino a Vibo Valentia.

Rosario Fiare?Mio padre è deceduto in un incidente stradale a giugno del 2001 e faceva parte del gruppo Tripodi-Mantino di Vibo Marina, mentre mio zio Domenico era vicino a Vincenzo Barba, detto “Il Musichere” ed a Rosario Fiarè” (in foto a sinistra), ovvero il boss di San Gregorio d’Ippona. “Enzo Barba era la persona apicale del clan Barba alleato con i Lo Bianco ed avevano il predominio nella città di Vibo. Enzo Barba era amico di mio zio il quale, venutomi a trovare quando di recente sono stato arrestato prima della collaborazione, mi ha portato in carcere proprio i saluti del Musichiere”. Raffaele Moscato ha quindi spiegato al Tribunale ed al pm che dopo la morte del proprio padre, unitamente ai familiari avevano avuto dei “diverbi con mio zio per via di alcune somme di denaro appartenenti a mio padre che ritenevamo mio zio si fosse fregato, ma poi nel 2009-2010 con mio zio – ha chiarito il collaboratore – ho fatto pace”.

Domenico Moscato
Domenico Moscato

I soldi ad usura nel racconto del pentito. ” Avevo sentito dire nella mia famiglia, ed anche da altre persone, che mio zio prestava soldi ad usura. Lui stesso, Domenico Moscato, venutomi a trovare in carcere mi disse che i soldi lui “li vendeva”. Sul punto, sia il pm Camillo Falvo che il presidente del Collegio, Lucia Monaco, hanno chiesto chiarimenti al collaboratore il quale ha meglio specificato che con l’espressione “vendere i soldi” intendeva dire che lo zio prestava soldi ad usura.

Gli altri “personaggi” citati da Moscato . Non solo i familiari del futuro collaboratore avrebbero informato Raffaele Moscato in ordine al ruolo nell’usura che avrebbe svolto lo zio Domenico Moscato, ma anche altri “personaggi” ben noti alle cronache, alle forze dell’ordine ed alla giustizia. Personaggi come Nazzareno Fiorillo, detto “U Tartaru” e che Raffaele Moscato in diversi verbali resi agli inquirenti e in diversi altri processi ha già indicato come il capo del nuovo “locale” di ‘ndrangheta di Piscopio. “Nazzareno Fiorillo – ha spiegato Moscato – mi disse che se mi servivano soldi dovevo andare da mio zio Domenico perchè lui sicuramente me li avrebbe prestati in quanto lui i soldi “li vende”.

Francesco Scrugli
Francesco Scrugli

Ma anche altri “personaggi” di Vibo Valentia avrebbero informato Raffaele Moscato sul ruolo svolto dallo zio nel settore dell’usura. “Mi dissero ciò – ha sottolineato il pentito – anche Diego Bulzomì, Francesco Scrugli, Salvatore Morelli e Antonio Pardea che in quanto gravitanti nell’ambiente criminale di Vibo Valentia ben sapevano tali circostanze”, oltre a Rosario Battaglia di Piscopio, collocato dagli inquirenti e da Raffaele Moscato come il vertice “operativo” del clan dei Piscopisani. “Incontrai una volta – ha riferito Moscato – Diego Bulzomì in una campagna di Piscopio ed anche lui sapeva del prestito che mi aveva fatto mio zio Domenico”.

battaglia rosario
Rosario Battaglia

Il riferimento è ad una somma di denaro che Domenico Moscato avrebbe prestato al nipote (fra i 20 ed i 30 mila euro) quando la casa di quest’ultimo era stata messa all’asta. “Non si trattava però di un prestito ad usura – ha puntualizzato il collaboratore – poichè io sono il nipote e di certo mio zio non poteva fare usura ad un familiare”. Lo stesso Domenico Moscato avrebbe infine riferito al nipote Raffaele di avere “proprietà per 6 milioni di euro”. A condurre il contro-esame del collaboratore, l’avvocato Marco Talarico che difende l’imputato Domenico Moscato.

Dopo l’esame del collaboratore, sempre collegato in videoconferenza, ha deposto il testimone di giustizia Giuseppe Sergio Baroni, titolare in passato di due attività commerciali a Vibo e finito sotto usura. Il teste, rispondendo alle domande del pm, ha ripercorso il suo “calvario”, compresa l’erogazione di somme di denaro, per decine di migliaia di euro, che gli sarebbero state concesse ad usura da Domenico Moscato. Nel tabacchino di quest’ultimo, ubicato nel quartiere “Cancello Rosso” di Vibo, nel corso delle perquisizioni i carabinieri hanno trovato lo scorso anno quello che poi il gip nell’ordinanza di custodia cautelare ha definito come un “vero e proprio archivio dell’usura“, con il ritrovamento di assegni, scritture contabili ed appunti. Secondo gli investigatori l’attività commerciale sarebbe stata meta continua di persone che chiedevano prestiti a tassi usurari ed in tal senso la deposizione del testimone di giustizia Baroni ha finito oggi per confermare quanto già delineato dal gip nell’ordinanza che aveva definito Domenico Moscato un “usuraio di professione” il quale avrebbe spinto l’imprenditore vibonese Baroni in una “morsa usuraria che ha distrutto la sua attività lavorativa e ne ha annientato la dignità personale, incidendo in modo pesante anche sulla sua vita familiare”.  Il timore della vittima sarebbe derivato anche dalla presunta vicinanza di Domenico Moscato a Vincenzo Barba, detto “Il Musichiere”, capo dell’omonimo clan e da un anno tornato libero dopo condanne definitive per associazione mafiosa (processo “Nuova Alba” ) ed usura ai danni del testimone di giustizia Nello Ruello (operazione “Flash”).

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