'Ndrangheta: il pentito Furfaro ed i legami fra i Mancuso, i Molè e i Piromalli
Il collaboratore di giustizia di Gioia Tauro svela al Tribunale di Vibo anche i retroscena dell'omicidio "eccellente" del broker della cocaina Domenico Campisi
di GIUSEPPE BAGLIVO
E’ toccato stamane al collaboratore di giustizia Arcangelo Furfaro, 46 anni, di Gioia Tauro, elemento del clan Molè di Gioia Tauro, delineare i rapporti fra Domenic Signoretta di Jonadi, 31 anni, detenuto ed imputato in quanto accusato di detenzioni di numerose armi da guerra con l'aggravante dell'agevolazione del clan Mancuso, e l'articolazione della cosca di Limbadi e Nicotera che sarebbe guidata dal boss Pantaleone Mancuso, detto "l'Ingegnere". Un esame, quello del "pentito" che ha finito per confermare quanto già dichiarato nel giugno scorso dinanzi al pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, ed in parte anche alla Dda di reggio Calabria che l'avevano arrestato nell'ambito dell'operazione antimafia denominata "Mediterraneo".

L'esame di Furfaro. Collegato in videoconferenza da una località segreta con l'aula bunker del nuovo Tribunale di Vibo Valentia (presidente Lucia Monaco, a latere i giudici Vincenza Papagno e Giovanna Taricco) il collaboratore di giustizia ha risposto alle domande del pm della Dda, Camillo Falvo, e poi a quelle del difensore dell'imputato, Francesco Sabatino. "Facevo parte del clan Molè - ha spiegato Furfaro - ed a parte i reati di sequestro di persona e violenza carnale, gli altri reati credo di averli commessi tutti: dall'omicidio ai traffici di droga ed armi. Ho diviso a Roma per un certo periodo di tempo due case con Domenic Signoretta di Jonadi che mi è stato presentato da Salvatore Etzi di Gioia Tauro. In casa a Roma avevamo diverse armi e ricordo di aver ceduto personalmente a Signoretta una pistola calibro 7,65 ed una Smith & Wesson calibro 40 cromata. Lui aveva anche altre armi come una pistola 9 x 21, una a tamburo ed un fucile a pompa. Alcune di queste armi Domenic - così chiamato perchè suo mamma è tedesca, ha spiegato il pentito - mi disse che le nascondeva giù a Jonadi nel "pagliaru" (pagliaio) ovvero un casolare di campagna a Jonadi nella sua disponibilità".

Bombe e droga. Secondo il collaboratore Furfaro, il suo coinquilino Domenic Signoretta si sarebbe occupato di gestire a Roma un traffico di cocaina "ma sempre dietro incarico di Pantaleone Mancuso, detto l'Ingegnere, persona a cui lui era legatissimo in quanto era il suo factotum, tanto da essere uno dei pochi a conoscere persino il luogo in cui Pantaleone Mancuso stava trascorrendo un periodo di latitanza. Io a Roma - ha spiegato Furfaro - mi occupavo del traffico di hashish e marijuana e ricordo di aver ceduto anche diversi chili di stupefacente a Giuseppe Mancuso, il figlio dell'Ingegnere, di cui 30 chili non me li ha nemmeno pagati. Giuseppe Mancuso, che mi ha dato altri 48mila euro per dell'hashish che gli avevo venduto, era di casa a Roma nell'appartamento che dividevo con Signoretta. E' stato Signoretta a consegnarmi una bomba che gli aveva fabbricato giù nel Vibonese un suo amico proprietario di una fabbrica di fuochi d'artificio. Tale ordigno esplosivo l'ho utilizzato contro un negozio di Gioia Tauro ed ha fatto parecchi danni".

Le piantagioni di marijuana a Roma ed a Joppolo. Sarebbe stato Giovanni Burzì con il padre Domenico, entrambi di Joppolo, a gestire due piantagioni di marijuana: una a Roma nella zona "Casilino" costituita da oltre 100mila piante scoperte dalla polizia nell'agosto 2013 ( si tratta di uno dei più grossi sequestri di droga mai effettuati negli ultimi 20 anni) ed un'altra piantagione più piccola a cavallo fra i territori comunali di Joppolo e Nicotera. L'elemento di novità svelato dal pentito Arcangelo Furfaro e ribadito oggi in aula è che dietro tali due piantagioni vi sarebbe stato il boss Pantaleone Mancuso, detto "l'Ingegnere", tanto che "quando il padre di Giovanni Burzì ebbe un incidente e rimase bruciato a Roma - ha riferito Furfaro - Pantaleone Mancuso si è raccomandato con noi affinchè ai Burzì non gli mancasse nulla". Dalle due piantagioni, Arcangelo Furfaro avrebbe dovuto avere mille chili di marijuana provenienti da quella di Roma ed altri 100 chili da quella di Joppolo.

L'omicidio di Domenico Campisi. Le novità più rilevanti sono venute fuori in ordine ai mandanti ed agli esecutori di uno degli omicidi più eccellenti: quello del broker della cocaina Domenico Campisi, il 45enne broker della cocaina (già coinvolto nell’inchiesta sul narcotraffico internazionale denominata “Decollo”) legato a doppio-filo al clan Mancuso e freddato il 17 giugno 2011 in un agguato sulla strada provinciale per Nicotera. Stando al racconto di Furfaro, che ha dichiarato di averlo appreso direttamente da Domenic Signoretta, sarebbe stato proprio quest'ultimo unitamente a Giuseppe Mancuso (figlio dell'Ingegnere) a sparare e ad uccidere Domenico Campisi. "Ci 'ziccai du botti" avrebbe infatti detto Domenico Signoretta ad Arcangelo Furfaro con riferimento all'omicidio di Domenico Campisi. Il motivo, a detta del collaboratore, andrebbe ricercato nel fatto che Campisi avrebbe detto al gruppo di Pantaleone Mancuso, alias "l'Ingegnere", di non avere disponibilità di cocaina. Una bugia, a quanto pare, scoperta dal gruppo di Pantaleone Mancuso allorquando un uomo di Gioia Tauro "Pino Galluccio ci portò della cocaina a Roma che io - ha sottolineato Furfaro - ho poi ceduto ad altre persone che si sono lamentate per la cattiva qualità".

Furfaro e Signoretta (che avrebbe confessato a Furfaro di aver commesso anche altri 7 omicidi )scoprono quindi che la cocaina a Galluccio era stato ceduta proprio da Domenico Campisi e da qui il proposito di eliminarlo atteso che "al gruppo di Pantaleone Mancuso la cocaina invece Campisi la negava...". Allo stato, in ogni caso, nè al 54enne Pantaleone Mancuso, nè al figlio Giuseppe, nè a Domenic Signoretta risultano contestate al momento accuse di omicidio in relazione al delitto Campisi o reati legati agli stupefacenti per le piantagioni di canapa indiana. Il pentito Furfaro ha infine riferito della spaccatura esistente a Gioia Tauro fra i clan Molè e Piromalli, frattura divenuta insanabile dopo l'omicidio di Rocco Molè. "Una parte dei Mancuso - ha concluso il collaboratore - era vicina ai Piromalli, un'altra ai Molè".
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