Traffico reperti archeologici: gip Vibo revoca tutte le misure

Gli indagati tornano totalmente liberi per cessazione di tutte le esigenze cautelari. L’inchiesta della Dda di Catanzaro è stata trasferita alla Procura ordinaria vibonese

di GIUSEPPE BAGLIVO

Il gip del Tribunale di Vibo Valentia, Gabriella Lupoli, ha dichiarato cessata l’efficacia della misura in atto degli arresti domiciliari nei confronti di Giuseppe Tavella, 55 anni, di Vibo Valentia (ai domiciliari dal 20 luglio 2015), ed ha revocato il divieto di dimora nel comune di residenza per Giuseppe Braghò 69 anni, di Vibo Valentia, Francesco Staropoli, 57 anni, di Nicotera, commerciante di auto a Vibo Valentia, e Luigi Fabiano, 48 anni, di Berna (Svizzera). Il gip ha altresì dichiarato cessata di efficacia la misura del divieto di dimora nel comune di Vibo Valentia emessa il 20 luglio 2015 nei confronti di Orazio Cicerone, 43 anni, di Nicotera, e Pietro Proto, 53 anni, di Vibo Valentia ma residente a Ricadi.

reperti-

La decisione del gip arriva in accoglimento delle richieste pervenute dalla Procura di Vibo di declatoria di inefficacia e revoca delle misure cautelari in atto nei confronti di tali indagati coinvolti nell’operazione denominata “Purgatorio 3”, scattata il 20 luglio 2015 ad opera dei carabinieri del Nucleo “Tutela del patrimonio culturale” di Cosenza e del Ros di Catanzaro  contro una presunta organizzazione criminale – con a capo il boss Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”, deceduto nell’ottobre scorso – dedita per gli inquirenti al traffico illecito di reperti archeologici trafugati dalle più importanti aree archeologiche della Calabria. In particolare, l’operazione ha visto la città di Vibo Valentia al centro delle indagini con i reperti archeologici che negli anni sarebbero stati trafugati dall’antica Hipponion di epoca greca, con veri tunnel sotterranei, profondi anche 30 metri, scavati dai “tombaroli” nel cuore della città. I reperti archeologici trafugati sarebbero stati piazzati sul mercato illegale, specie estero.

conferenza Purgatorio 3

Le tappe. L’11 agosto scorso il Tribunale del Riesame di Catanzaro aveva rimesso in libertà Giuseppe Braghò, che era finito ai domiciliari. L’archeologo Braghò (difeso dall’avvocato Diego Brancia)  è accusato di aver svolto sia il ruolo di raccordo fra i presunti finanziatori dell’associazione dedita agli scavi clandestini nel centro storico di Vibo Valentia, sia il ruolo di esperto in archeologia con contatti anche fuori dai confini nazionali al fine di piazzare all’estero (specie in Svizzera) i reperti archeologici trafugati. Il Tribunale del Riesame di Catanzaro, in accoglimento dell’impugnazione del difensore avvocato Diego Brancia, aveva quindi revocato gli arresti domiciliari per Braghò applicando la diversa misura del divieto di dimora nel comune di Vibo. Secondo l’accusa, l’associazione avrebbe trafugato dall’antica stipe votiva di Scrimbia, nella parte alta di Vibo Valentia, statue e reperti fittili che avrebbero fruttato ingenti somme di denaro di cui avrebbe beneficiato anche Pantaleone Mancuso. A causa di contrasti interni all’associazione, nei confronti di Braghò era stata ipotizzata, secondo gli investigatori, una grave ritorsione.

codice penale

L’appello della Dda rigettato dal Tdl. Nell’agosto scorso, quindi, la Dda di Catanzaro aveva presentato appello dinanzi al Tribunale del Riesame avverso l’ordinanza con la quale il gip distrettuale, Abigail Mellace, nell’ambito dell’inchiesta “Purgatorio 3” aveva rigettato le richieste della Procura distrettuale in ordine alle misure cautelari avanzate nei confronti della presunta associazione a delinquere dedita al traffico di reperti archeologici. Oltre al reato di associazione a delinquere semplice, la Dda aveva chiesto delle misure cautelari per l’ipotesi di reato di concorso esterno in associazione mafiosa, oltre all’aggravante delle finalità mafiose nella commissione di altri reati legati al traffico di reperti archeologici che sarebbero stati trafugati, attraverso scavi clandestini, dall’antico
tempio della ninfa Scrimbia a Vibo Valentia. L’appello proposto dalla Dda interessava: Giuseppe Tavella, i presunti finanziatori dell’associazione, ovvero Francesco Staropoli, e Gaetano Scalamogna, 56 anni, avvocato di Vibo; Pietro Proto, e Giuseppe Braghò , indicato come “anello di congiunzione per la vendita e l’esportazione dei reperti illecitamente trafugati.
Il Tdl ha però rigettato in toto l’appello della Dda di Catanzaro confermando le valutazioni già messe nero su bianco dal gip distrettuale: manca la prova che l’associazione a delinquere, pur capeggiata dal boss Pantaleone Mancuso, avesse come finalità ultima quella di incrementare la “cassa” comune dell’intero clan mafioso di Limbadi attraverso il traffico di reperti. Anche per il Tdl si tratta di un’associazione a delinquere semplice, non aggravata da alcuna finalità mafiosa, e dunque non è ipotizzabile alcuna configurazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Gli altri indagati. Indagati a piede libero nell’inchiesta pure Alberto Di Bella, 45

anni, di Vibo Valentia, Francesco Agnini, 61 anni, di Vibo Valentia, Carmelo Pardea, 46 anni, di Vibo Valentia,Rosario Pardea, 55 anni, di Vibo.

Legge

Dda incompetente e inchiesta scattata in “ritardo”. La decisione del Tdl ha di fatto “spogliato” la Dda di Catanzaro dell’inchiesta. Cadute infatti le aggravanti mafiose, la Procura distrettuale si è vista “costretta” a trasferire tutti gli atti dell’inchiesta, per competenza territoriale e funzionale, alla Procura ordinaria di Vibo Valentia la quale, constatato che le contestazioni mosse agli indagati sono ormai datate nel tempo (si fermano al 2011), ha chiesto al gip di dichiarare cessate tutte le esigenze cautelari per gli indagati. L’intera inchiesta del Ros, del resto, già alla data del blitz (20 luglio 2015) scontava oltre due anni di ritardo rispetto alla chiusura delle indagini, quasi totalmente svelate con la discovery di gran parte degli atti (ad eccezione dell’informativa finale di “Purgatorio 3”) dell’operazione “Black money” contro il clan Mancuso del marzo 2013.
Il tunnel clandestino di 40 metri, adeguatamente puntellato e dotato di prese di aereazione e di una pompa idrovora che dal garage di una privata abitazione di via De Gasperi a Vibo conduceva nel sottosuolo del sito archeologico vincolato, era stato scoperto dai carabinieri nel dicembre 2010. Nel tunnel erano stati rinvenuti migliaia di reperti
fittili e varie attrezzature per le operazioni di scavo, sottoposte a sequestro unitamente al cunicolo.


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