Demolizione "Palazzo della vergogna": via ai lavori (FOTO-VIDEO)
Verso la conclusione le operazioni di abbattimento dello stabile di corso Vittorio Emanuele III. Della vicenda si erano occupati i mezzi di informazione nazionali
di GIUSEPPE BAGLIVO
Sono iniziati questa mattina i lavori, affidati alla ditta “Ge.co", per l’abbattimento dell’edificio “Stirparo”, meglio noto come “palazzo della Vergogna”, sito sul centralissimo Corso Vittorio Emanuele III di Vibo Valentia. Con apposita ordinanza del comandante della polizia municipale, Filippo Nesci, è stata infatti vietata la circolazione veicolare e pedonale nelle immediate vicinanze del palazzo da abbattere, vale a dire piazza Luigi Razza, incrocio di ponte Spogliatore e parte del centralissimo Corso Vittorio Emanuele sino all’incrocio con via Gagliardi. La vergogna sarà quindi demolita. Resta da capire cosa verrà realizzato al suo posto.

Un po’ di storia. Era il 17 luglio 1990 quando l’edificio “Stiparo”, nel corso di lavori di sbancamento e posa ferramenta da parte della ditta Edilia della Palma, subiva gravi danni, consistenti in evidenti lesioni e cedimenti. Veniva così instaurato un processo penale a carico dei responsabili e, dopo otto anni dal crollo, il Tribunale di Vibo Valentia condannava gli imprenditori Vincenzo ed Arnaldo Colistra, rispettivamente ad 1 anno e 2 mesi ed ad 8 mesi, più una pena di altri 8 mesi comminata all’ingegnere Francesco Basile in qualità di direttore dei lavori. Tutti gli imputati sono stati ritenuti dai giudici di primo grado colpevoli di aver cagionato il crollo del fabbricato ( poi soprannominato “palazzo della Vergogna”) per non aver adottato le necessarie precauzioni e regole di cautela previste nel progetto. La Corte d’appello confermava poi la sentenza, ma dichiarava prescritto il reato. La sentenza è divenuta definitiva nel marzo 2001: prescrizione per tutti gli imputati. Nel 2002, quindi, lo stesso ingegnere Francesco Basile veniva nominato assessore ai Lavori pubblici ed all’Urbanistica dal nuovo sindaco Elio Costa, quest’ultimo all’epoca al suo primo mandato da primo cittadino.
Per il "palazzo della Vergogna", l'ex sindaco Alfredo D'Agostino, unitamente all'allora suo assessore ai Lavori pubblici Antonello Fuscà e grazie anche ad un interessamento dell'allora prefetto Giancarlo Casilli, erano riusciti nel frattempo ad ottenere dalla Regione un finanziamento di 500 milioni di vecchie lire per il risanamento del "palazzo della Vergogna". Nel 2003, la nuova giunta guidata da Elio Costa chiedeva però alla Regione di poter utilizzare tale finanziamento per recuperare la "Scesa della Cerasarella" al posto del risanamento del "palazzo della Vergogna". La Regione, tuttavia, imponeva uno stop a tale decisione della giunta comunale, eccependo che il recupero della “Cerasarella” contemplava lavori non conformi alle finalità della delibera regionale con la quale era stato accreditato l'originario finanziamento.
Nell’estate del 2004, infine, l’assessore Francesco Basile si dimetteva dalla giunta Costa, denunciando sulla stampa (Gazzetta del Sud) "condizionamenti e forti interessi particolari” su appalti pubblici e Piano Regolatore generale.
Il “palazzo della Vergogna” in Tribunale. Parallelamente alla vicenda penale conclusasi con la prescrizione dei reati, in sede civile si è aperta una lunghissima “battaglia” per il risarcimento dei danni ai proprietari degli immobili. Nel novembre 2011, la seconda sezione civile della Corte d’Appello di Catanzaro, ribaltando un precedente verdetto del Tribunale di Vibo risalente al 23 luglio 2004, ha stabilito che il Comune non deve pagare alcun risarcimento ai proprietari dei negozi un tempo presenti nel fabbricato denominato “Galasso – Bartilotti” - noto ormai per intero come “Palazzo della vergogna” - contiguo all’edificio “Stirparo” ed ubicati su Corso Vittorio Emanuele.
Nessuna responsabilità del Comune, dunque, per i danni da lucro cessante subìti da Carmelo, Giovanni e Nazzareno Scuticchio, Cosimo Proto, Santo Rubino, Maria Muzzopappa e Giuseppe Messina a seguito del crollo dell’edificio, avvenuto il 17 luglio 1990 nel corso di lavori di sbancamento eseguiti dalla ditta “Edilia della Palma”, avente quale legale rappresentante Arnaldo Colistra. Solo tale ditta, unitamente alla società “Immobiliare Domus” di Vincenzo e Arnaldo e Colistra, è stata condannata a risarcire i danni ai ricorrenti. Il verdetto è stato confermato nei mesi scorsi dalla Cassazione che ha respinto il ricorso dei Colistra.
Il “danno temuto” inascoltato. L’intera vicenda era iniziata il 13 luglio 1990 quando il Pretore di Vibo - interessato da un’azione civile per “danno temuto” intentata da Carmelo Scuticchio, proprietario di una gioielleria su Corso Vittorio Emanuele – aveva ordinato alla ditta Edilia la sospensione dei lavori su un vicino fabbricato. Ma gli scavi, con l’uso di martelli pneumatici, sono continuati anche dopo la presentazione del ricorso e le vibrazioni hanno così provocato il crollo parziale – il 17 luglio 1990 - di quello che prenderà poi il nome di “Palazzo della vergogna”.
Le somme che la “Edilia della Palma” e l’Immobilare Domus, di Vincenzo ed Arnaldo Colistra, dovranno corrispondere ai proprietari degli immobili e delle attività commerciali - andate irrimediabilmente perse dopo il crollo colposo del fabbricato “Stirparo” - sono consistenti. I giudici hanno infatti condannato in sede civile i responsabili del crollo ad un risarcimento complessivo di oltre 900mila euro, più gli interessi dal 1990 in poi, e il rimborso per le spese legali per tutti i gradi di giudizio. Il risarcimento, per cifre diverse, è stato riconosciuto a: Carmelo e Giovanni Scuticchio, Cosimo Proto, i coniugi Rubino-Muzzupappa e Giuseppe Messina.

Politica da “vergogna”. Nel 2007 l’allora presidente del Consiglio comunale, Marco Talarico, aveva proposto l’esproprio dell’area occupata dal “palazzo della Vergogna” per l’allargamento della piazza. Erano seguite lettere con pallottole per i giornalisti che si erano occupati del caso e per lo stesso Talarico. Il Consiglio comunale dell’epoca (amministrazione Franco Sammarco) si era poi “distinto”, sia la maggioranza quanto l'opposizione, per un imbarazzante dietro-front inserendo, accanto all’abbattimento del fabbricato della “Vergogna”, anche l’eventuale suo "recupero". Un “pastrocchio”, insomma, per non muovere nulla, come infatti poi avvenuto sino ad oggi.
La “perla” dell’ex sindaco Nicola D’Agostino. L’ultima “perla” sulla vicenda spetta invece all’ex sindaco Nicola D’Agostino che il 9 settembre 2014 con apposita ordinanza ha intimato ai proprietari del “palazzo della Vergogna” di produrre entro 60 giorni un certificato di eliminazione di ogni pericolo dall’immobile, ordinando poi agli stessi proprietari non solo di eseguire tutte le opere necessarie per scongiurare pericoli di crollo, ma anche di pulire l’intera zona ormai ricoperta da rifiuti, rovi e spine.

I proprietari del “palazzo della Vergogna” hanno però prontamente impugnato al Tar l’ordinanza dell’ex sindaco D’Agostino ed i giudici amministrativi nel settembre scorso hanno dato loro ragione annullando l’ordinanza “contingibile ed urgente” emessa dal sindaco nei confronti dei proprietari del palazzo, ovvero i ricorrenti Carmelo, Giovanni e Nazzareno Scuticchio, Maria Franca e Sergio Rapisarda. L'ordinanza di Nicola D'Agostino è stata ritenuta dal Tar illegittima per “eccesso di potere, violazione del principio di proporzionalità, violazione del contraddittorio, illogicità e deficit istruttorio”.
Le “dimenticanze” dell’ex sindaco. In particolare, secondo il Tar, l’ordinanza dell'allora sindaco non ha tenuto conto dell’esistenza di una precedente ordinanza del 1991 con la quale il Comune aveva imposto ai proprietari del palazzo di non accedere per nessun motivo all’edificio e di consegnare le chiavi al comando dei vigili urbani. L’ottemperanza a tale prima ordinanza del 1991, con la consegna delle chiavi, impediva quindi di fatto ai proprietari di poter adempiere alla nuova ordinanza del sindaco Nicola D’Agostino con la quale veniva imposto di eseguire tutte le opere necessarie a scongiurare pericoli di crolli. Da qui “l’illogicità”, per il Tar, del provvedimento dell'ex sindaco.
Ma per i giudici, nella decisione di annullare l’ordinanza dell’ex primo cittadino vi è molto di più. L’imposizione ai proprietari di costosi accertamenti e certificati comprovanti l’eliminazione di ogni pericolo si poneva infatti in contrasto pure con il “principio di proporzionalità”, essendo emerso dal processo civile - noto al Comune in quanto già definito in Appello nel 2011 - che il fabbricato viene definito come “irrecuperabile, da demolire e ricostruire”.

Infine, l’ordinanza dell’ex sindaco D'Agostino è stata annullata pure per “eccesso di potere” poiché adottata sul presupposto dell’imminente pericolo di crollo quando in realtà dalla relazione dei vigili del fuoco emergono elementi idonei sì a palesare la “vetustà” dell’immobile, ma non certo sufficienti a giustificare un grado di probabilità tale da imporre onerosi interventi a carico dei proprietari.
Epilogo? Da questa mattina, quindi, al via i lavori per l'abbattimento del "palazzo della Vergogna" , a ben 25 anni dal suo crollo parziale. Sperando non ne passino altrettanti per vedere al suo posto un'area che dia lustro e decoro urbano al "cuore" della città.
http://www.youtube.com/watch?v=-nws_64nB-k
