LA RIFLESSIONE | Sanremo parla vibonese, un popolo in cerca riscatto

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Le vittorie di Fabrizio Moro e Clemente Ferrari servono a ridare fiducia ad una comunità vittima che ha in sè le potenzialità per rilanciarsi

di MAURIZIO BONANNO

Ha un incredibile, inaspettato, fantastico sapore vibonese il successo del Festival di Sanremo 2018, perché sono, straordinariamente, Vibonesi (scusate la maiuscola, ma qui ci vuole) i suoi vincitori. Fabrizio Moro, come lui stesso ricorda essendo venuto spesso qui, è nato a Roma nel quartiere di San Basilio, da genitori calabresi di Vibo Valentia (esattamente di Cessaniti ed il suo vero cognome – Mobrici – la dice lunga sulle sue origini che sono esattamente delle frazioni di Sciconi e San Cono); è vibonese purosangue, qui è nato cresciuto, qui ha studiato e mosso i primi passi da musicista (ne sono testimone diretto avendo insieme condiviso i suoi primi palchi delle sue prime esibizioni artistiche), Clemente Ferrari, artefice e realizzatore degli arrangiamenti e direzione d’orchestra del brano di Max Gazzè, vincitore del Premio quale migliore arrangiamento ed esecuzione musicale.

Riprendiamoci, con giusto orgoglio vibonese, questi nostri “Figli Eccellenti”: siano da modello, stimolo ed esempio di quell’opportuno rilancio di una Città, questa maltrattata Vibo Valentia, che ha in sé le potenzialità della ripresa e del riscatto

Certo, è una vittoria – questa dei due nostri Vibonesi – della quale ci stiamo appropriando senza che in realtà ci appartenga e che potrebbe dare fiato ai soliti immancabili detrattori e lamentosi per evidenziare il fatto che per trionfare bisogna allontanarsi da questa città. Ed anche questo potrebbe essere vero (ma, ne sono testimone diretto, Clemente appena può torna volentieri qui a Vibo, dove vive sua madre; ed anche Fabrizio Moro-Mobrici è ancora così legato alla città d’origine che anni fa scelse Vibo Valentia – anche in questo caso ne sono testimone diretto – per preparare e registrare un suo lavoro, un suo album come si dice in gergo), ma in questo caso quello che deve prevalere, a mio modesto parere, è un orgoglioso senso di appartenenza che possa servire da stimolo e da modello.

È una città che ha nella cultura (pensiamo ai successi del Festival Leggere&Scrivere, alla Vibo città dei convegni, alla Vibo artistica dei tanti pittori e scrittori), nella musica in particolare grazie all’eccellenza, riconosciuta internazionalmente, rappresentata dal nostro Conservatorio, nei suoi beni storico-archeologici, architettonici e paesaggistici, nei suoi giovani, la forza per progettare il riscatto.

Quando quel gruppo di folli-visionari si è messo al lavoro (perché di un lavoro si è comunque trattato) per predisporre il dossier per “Vibo Capitale Italiana della Cultura”, sfidando le bieche ironie e le saccenti considerazioni dei “lamentosi benpensanti”, lo ha fatto per disegnare e proporre il risveglio di questa città, solo così in grado così di riportare a sé i suoi figli senza più costringerli ad andarsene per realizzarsi.
Spesso tra vibonesi ci si accusa di vivere troppo abbarbicati al ricordo di un passato che non c’è più mentre tutto intorno degrada; e, in effetti, sarebbe un errore vivere di rimpianti, memorie, nostalgiche malinconie. Momenti come questi, come Sanremo 2018, devono rappresentare l’occasione per riflettere senza dietrologie su ciò che deve essere Vibo Valentia, se solo utilizzasse le sue potenzialità, quel patrimonio storico-culturale che gli appartiene e che è fatto di beni architettonici, tradizione, storia millenaria, retaggio culturale… ed i tanti “figli migliori” che altrove, in luoghi diversi da Vibo, realizzano e si realizzano e lo fanno in ogni campo: artistico, medico, scientifico, sociale.

Il sindaco di Cessaniti, Francesco Mazzeo, immaginando la possibilità di offrire a Fabrizio Moro la cittadinanza onoraria, ha sottolineato come il suo successo incarni: «…il sogno di tanti giovani che, lavorando con serietà, umiltà e passione dimostrano che nella vita tutto è possibile e anche i traguardi più lontani possono raggiungersi senza scendere a compromessi».

Indichiamo questa strada ai nostri giovani, ma facciamolo invitandoli a restare qui, a ritornare qui; ma questo sarà possibile solo se noi, quelli che qui sono rimasti, ci assumiamo l’impegno e troviamo il coraggio di rinunciare alle lamentazioni, al disfattismo, al vittimismo e progettiamo una crescita senza compromessi, senza limiti, senza paure.

Ed allora quel “Bravo” gridato al mio “vecchio” amico Clemente, quel “Bravo” lanciato al conterraneo Fabrizio valga a patto che sia tramutato in impegno, progetto, sogno da realizzare. Ne varrà la pena!

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