Lettera al sindaco: “Ecco come si pronuncia il nome di Vibo, vi spiego perché”

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Domenico Fuscà scrive una lettera aperta al sindaco per sensibilizzare la città sull’errata pronuncia – ormai divenuta abitudine – del suo nome

Una lettera aperta al sindaco Elio Costa quella che un cittadino, Domenico Fuscà, ha deciso di scrivere, affinché lo stesso primo cittadino possa sottoporre il caso “all’attenzione degli assessori e dei consiglieri”. La questione è una e in tal senso va subito al dunque Fuscà: “L’errata pronuncia del nome della nostra città”. Parte da qui, insomma, e motiva la sua richiesta, facendo qualche passo indietro nella storia.

La storia. “Circa settecento anni prima della nascita di Cristo, spostata verso nord-est di poche centinaia di metri rispetto all’attuale centro cittadino di Vibo Valentia, sorgeva – spiega – una borgata di nome Veipunium nell’antica lingua dei Bruzi, gli antichi abitatori della Calabria centro-settentrionale. Data la sua lunghezza, il nome era frequentemente abbreviato in Veip. Vennero poi i Greci, i quali trasformarono in Hipponion il nome del non più minuscolo borgo. I Romani nel terzo secolo a. C. cancellarono il nome greco e ripristinarono il primitivo nome abbreviato, con la trasformazione, però, di Veip in Vibo, più tardi anche Vibona, indubbiamente più dolce, più sonoro e più confacente alla pronuncia latina. Diversi decenni dopo, per la fedeltà dei Vibonesi alla causa romana sia nella prima che nella seconda guerra punica, e per il valore dimostrato in alcune scaramucce al fianco dei Romani contro i Cartaginesi, il senato di Roma, quasi due secoli prima della nascita di Cristo, decretò di aggiungere al nome Vibo l’appellativo di Valentia, e con tale denominazione fu conosciuta la città fino alla trasformazione nel medioevo in Monteleone, nome conservato fino al trentuno dicembre del 1928. Con il successivo 1 gennaio 1929, la città riprendeva il nome romano di Vibo Valentia”.

Il nodo. È qui, dunque, che per Fuscà che sorge la “protesta” contro “l’errata pronuncia del nome il quale, con la fonia di Valenzia, non è mai esistito in passato. Infatti, nella lingua latina, la consonante t mantenne sempre il suo suono proprio fino al periodo imperiale di Roma, allorché le sillabe tio, tia, ecc., trasformarono il loro suono in zio, zia, ecc., e le lettere v e u costituivano una sola lettera avente il suono vocalico della u. Le lingue, si sa, sono soggette a mutamenti nel corso dei secoli, ma a Roma la trasformazione fonetica del latino si verificò in modo determinante dopo l’affermazione del Cristianesimo, ai tempi dell’imperatore Costantino (IV secolo d. C.), e il perdurare del suono u con la doppia grafia della u e della v si protrasse fino al sedicesimo secolo. Fu proprio all’inizio di quel secolo che Gian Giorgio Trissino, famoso umanista, operò la famosa riforma grafico-fonica i cui punti salienti, per quello che riguarda il nostro tema, furono la sostituzione della t con la z nelle parole terminanti in tione con pronunziazione, e la separazione della v dalla u le quali, avendo segno grafico diverso, dovevano avere pure suono fonico diverso. A qualche anno dalla riforma del Trissino – prosegue Fuscà nella sua spiegazione – che è del 1522, anche le parole non terminanti in tione subirono la trasformazione della t in z, e parole come grazia o amicizia cominciarono ad avere la grafia moderna e non più quella primitiva di gratia e amicitia, che pur si leggevano grazia e amicizia. La nostra città, che si chiamava allora Monteleone, non poté subire la trasformazione della t in z, come avvenne per la Valentia piemontese, in provincia di Alessandria, che si vide trasformato il nome in Valenza, l’attuale Valenza Po, o come avvenne all’estero con due città col nome romano di Valentia, le attuali Valencia in Spagna e Valence in Francia. Per estensione e a mo’ d’esempio, cito che i termini Venetia, Lametia, Pometia, Numantia, Dalmatia, Croatia, ecc. divennero Venezia, Lamezia, ecc., per non dire di Florentia che, trasformando anche la radice, assunse la grafia prima di Fiorenza e poi di Firenze. Per il resto, oltre a Italia, il nome della nostra nazione, hanno conservato la denominazione latina sia regioni come Calabria, Sicilia Lucania, sia città come Roma, Catania, Verona, Capua, ecc. Non per questo diciamo che sono nomi latini, bensì nomi italiani che hanno mantenuto la forma grafica latina, e nella lingua italiana non c’è alcuna regola fonetica che impone alla t la pronuncia della z; leggiamo, pertanto, il nome della nostra città facendo sentire la t”.

La teoria. Quindi, nella sua lettera Fuscà prosegue: “Ho detto sopra che il suono di Valenzia applicato alla nostra città non è mai esistito prima del 1929, e ribadisco ciò che ho affermato. Infatti, come già ho precisato, il suono della lettera v non era quello che noi oggi diamo alla consonante, ma s’identificava con quello della vocale u, e parole come vangelo, Viterbo avere si leggevano uangelo, Uiterbo, auere. Il nome della nostra città, al tempo della latinità classica e fino al tempo del periodo imperiale di Roma, si scriveva Vibo Valentia e si pronunciava Uibo Ualentia, successivamente, pur conservando la stessa forma grafica, mutò la pronuncia in Uibo Ualenzia, mai, comunque, si disse Vibo Valenzia, come si pronuncia oggi, facendo bene avvertire il suono della v”.

L’appello. Ci tiene, dunque, a precisare Fuscà che questa lettera non ha alcuno scopo “provocatorio” ma “mira soltanto a sensibilizzare la popolazione verso la corretta dizione, in quanto, ne sono certo, ignora, e non per proprie colpe, ciò che nella lettera è riferito, e pronuncia il nome della città come sempre lo ha sentito pronunciare. Citando un precedente storico, intendo richiamare alla mente dei cittadini vibonesi, che fino a poco più di mezzo secolo fa, l’apparato architettonico che costituiva e costituisce la maggiore attrazione per i turisti che visitano la nostra città, cioè il Castello, era definito con la denominazione Castello svevo-normanno. La correzione in Castello normanno-svevo avvenne dopo le lamentele del professore Gregorio Vaianella, il quale ben sapeva che i Normanni avevano messo piede nelle contrade vibonesi ben prima del popolo germanico. In conclusione, il mio invito alla popolazione attraverso la sua persona che veste i panni di primo cittadino, è quello di leggere il nome della nostra città così com’è scritto, che è indubbiamente corretto”.

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