La cocaina al porto di Gioia, il veliero della droga e le accuse del pentito Femia

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Nel processo che vede imputati elementi di spicco della famiglia Brandimarte, parla l’ex trafficante e referente dei clan con i cartelli latino-americani

di FRANCESCO ALTOMONTE

Referente degli Alvaro di Sinopoli e dei Brandimarte di Gioia Tauro, broker della droga che nel corso degli anni ha movimentato quintali di cocaina. Un carriera criminale di primo piano nel mondo del narcotraffico quello di Antonio Femia, conclusasi nelle patrie galere e la decisione di collaborare con la giustizia. E come gli capita da un paio d’anni Femia risulta teste chiave in molti processi che riguardano il narcotraffico nel Reggino.

BRANDIMARTE GIUSEPPE
Giuseppe “Nuccio” Brandimarte

La deposizione. Così come successo in primo grado, i magistrati della Distrettuale antimafia di Reggio Calabria hanno citato Femia come testimone nel processo di appello che vede alla sbarra la famiglia Brandimarte di Gioia Tauro, finita nella maxioperazione denominata “Puerto seguro”.  Il centro di gravità del grande traffico di droga gestito dai Brandimarte era il porto di Gioia Tauro, Femia era un tassello fondamentale. In questo senso vanno le sue dichiarazioni ribadite davanti alla Corte d’appello di Reggio Calabria. «… Inizialmente assicuravo lo scarico della droga nel Porto di Gioia Tauro perché conoscevo le persone giuste. Grazie a questa mia riconosciuta serietà ho lavorato con i fratelli Brandimarte, Alfonso e Nuccio – dichiara il criminale della locride in un dei tanti verbali acquisiti nel processo “Puerto liberado” – Quindi ho via via assunto il ruolo di tramite tra soggetti che avevano bisogno della droga e i Brandimarte. Costoro avevano una squadra di portuali infedeli…i Brandimarte normalmente acquisivano la droga e poi provvedevano a rivenderla…». Rispondendo alle domande dell’avvocato Guido Contestabile, legale di Alfonso Brandimarte – che insieme al fratello Giuseppe detto “Nuccio” è imputato e condannato in primo grado a 20 anni – Femia incidentalmente dà il senso di quanta droga e di conseguenza, di quanti soldi disponesse l’organizzazione che faceva capo ai gioiesi.

Il veliero della droga. Femia racconta, infatti, che per trasportare 150 chili di cocaina dal Venezuela e evitare che la droga fosse sequestrata al porto di Gioia Tauro, l’organizzazione aveva deciso di comprare un veliero che partendo dal Venezuela sarebbe dovuto passare da una “zona d’ombra” ai Caraibi per fare rotta poi verso il Mediterraneo. Il collaboratore di giustizia spiega che per acquistare l’imbarcazione servivano circa 100mila euro, ma che lui stesso aveva spedito nel paese latinoamericano quasi il doppio per “comprare” anche il capitano e il suo equipaggio. L’affare non si concluse, ma la banda continuò a importare quantità ingenti di droga fino al loro arresto. All’inizio di ottobre inizieranno le discussioni, poi la sentenza.

LEGGI QUI | “Puerto Liberado”: ecco come importavano la droga dal Sud America

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